Gli allevatori alle prese con il rincaro dei mangimi



La guerra in Ucraina ha innescato una fiammata inflattiva delle materie prime, che non ha risparmiato i cereali, di cui l’Est europeo è un grande produttore. Le tensioni sono emerse già a fine febbraio ma è di questi giorni la notizia più inquietante: la Russia ha deciso di non esportare più verso l’Europa semi e olio di girasole, olio di colza e farine; ci sarà una riduzione anche per la farina di soia, con blocco di tutte le piattaforme logistiche di spedizione ad esclusione del checkpoint marittimo di Kaliningrad.

 

Questa decisione ha gravi conseguenze su tutta l’industria agroalimentare. Da una parte vengono a mancare gli ingredienti per le lavorazioni, dall’altra viene indirettamente colpito il settore dell’allevamento, che per l’alimentazione degli animali utilizza mangimi prodotti a partire dai cereali. A cascata ci sono dunque i danni per il comparto della carne e per quello dei latticini. I rincari dei mangimi rendono infatti antieconomico l’allevamento e in alcuni casi si sono addirittura registrati problemi nell’approvvigionamento. Sono diversi gli allevatori che hanno deciso di abbattere prematuramente i loro capi per il timore di ritrovarsi senza mangini.

 

Coldiretti Puglia è arrivata a parlare della “peggior crisi alimentare per gli animali dalla fine del secondo conflitto mondiale”, con tagli “fino al 10% le razioni di cibo a mucche, maiali e polli negli allevamenti pugliesi”. La situazione nelle altre regioni italiane non è molto differente, anche perché l’Italia è pesantemente dipendente dalle importazioni. E a rendere la situazione ancora più difficile c’è stata la decisione da parte dell’Ungheria, un altro dei grandi produttori europei di cereali, di fermare le esportazioni (provvedimento poi parzialmente rientrato) per far fronte alla crisi scatenata dall’attacco russo a Kiev.

 

“La decisione degli allevamenti di ridurre le razioni di cibo per gli animali sta provocando effetti sulle forniture alimentari con riduzioni della produzione di latte, carne e uova in un’Italia che è già pesantemente deficitaria in tutti i settori dell’allevamento – si legge in una nota di Coldiretti – L’aumento di mais e soia sta mettendo in ginocchio gli allevatori che devono affrontare aumenti vertiginosi dei costi per l’alimentazione del bestiame (più 40%) e dell’energia (più 70%)”.

 

In seguito allo scoppio delle ostilità in Ucraina il prezzo del mais è quasi raddoppiato a 60 euro al quintale, mentre il farinaccio, altro prodotto utilizzato dagli allevatori, ha messo a segno un balzo analogo arrivando a 30 euro al quintale.

 

Difficoltà analoghe a quelle registrate in Puglia sono evidenziate da Confagricoltura di Latina: “Ci saranno serie difficoltà di approvvigionamento. Ora capiamo perché nei mesi scorsi la Cina ha fatto scorta di grano, mais e sementi”, spiega Mauro D’Arcangeli della confederazione dell’agricoltura laziale.

 

Assalzoo, l’Associazione nazionale tra i produttori di alimenti zootecnici, ha paventato il blocco della produzione se il Paese non riuscirà ad aprire dei canali alternativi di approvvigionamento. “La situazione è fortemente critica a causa della sua massiccia dipendenza dall’estero per soddisfare la domanda interna di materie prime agricole – spiegano gli esperti di Assalzoo – Una situazione che è andata aggravandosi negli anni, con il costante calo della produzione nazionale di mais, crollata dall’autosufficienza di una quindicina di anni fa ad uno scarso 50% attuale”. L’associazione dei produttori di alimenti zootecnici ha così chiesto “l’adozione di misure urgenti per gestire l’emergenza, favorendo l’import di mais per scongiurare il profilarsi di una vera e propria debacle della zootecnia nazionale e, allo stesso tempo, di mettere in atto di un piano immediato di incentivi per favorire la coltivazione di ulteriori superfici a mais, le cui semine prenderanno avvio tra pochi giorni”. Per l’alimentazione animale occorrono circa 9 milioni di tonnellate di mais a fronte di una produzione italiana di meno di 6 milioni di tonnellate. Per colmare questo gap è necessario coltivare in Italia almeno 300mila ettari in più.



Source link
greenandblue@gedi.it (Redazione di Green and Blue) , 2022-04-07 19:59:47 ,
www.repubblica.it

Exit mobile version