Gli smartphone ci ascoltano? Cosa c’è di vero nel caso Active Listening

Gli smartphone ci ascoltano? Cosa c’è di vero nel caso Active Listening

Gli smartphone ci ascoltano? Cosa c’è di vero nel caso Active Listening


Nel materiale informativo ora rimosso veniva anche spiegato come, una volta scelto il bacino d’utenza in base alle conversazioni carpite, CMG avrebbe potuto anche limitare il raggio d’azione delle pubblicità per distanza geografica (per esempio 10 o 20 miglia ovvero circa 16 o 32 km) e pubblicare gli annunci così mirati per esempio su YouTube, sulla ricerca di Google o Bing e su singoli portali web.

Il dietrofront

La rimozione delle informazioni è avvenuta in modo contestuale a un dietrofront della stessa CMG, che ha ridimensionato le dichiarazioni pubblicate online con alcune risposte comunicate ad Ars Technica, la più significativa afferma che in realtà il servizio (nonostante il nome piuttosto esplicito) non prevede l’ascolto di alcuna conversazione in presa diretta; gli unici dati utilizzati sono pacchetti di informazioni provenienti da terze parti aggregati, anonimizzati e crittografati.

Amazon e Google, che erano state citate da CMG hanno confermato a Ars Technica che una pratica come l’Active Listening citato dall’azienda non sarebbe possibile tramite i propri dispositivi – dagli smart speaker Echo agli smartphone Android. In modo particolare, Google ha affermato che “Per anni Android ha impedito alle app di raccogliere audio quando non venivano utilizzate attivamente e ogni volta che un’app attiva il microfono di un dispositivo, nella barra di stato viene visualizzata un’icona in evidenza”.

Cosa c’è di vero

Insomma, il caso si è pressoché sgonfiato, ma perché, allora, capita così spesso di imbattersi in un annuncio pubblicitario su qualcosa menzionato pochi minuti prima? Vi abbiamo già spiegato nel dettaglio la questione dell’ascolto effettuato dagli smartphone anche a livello legale. Riassumendo: è possibile, ma è molto costoso e poco conveniente, soprattutto è calmierato dalle normative della privacy che tarpano le ali del complottismo.

La spiegazione più realistica è il cosiddetto fenomeno di Baader-Meinhof o illusione di frequenza, che ci porta a prestare più attenzione alle coincidenze fortuite, che rimangono pur sempre la grande minoranza degli eventi, confondendo casualità con norma. Una manifestazione che dipende da due bias, quello di attenzione selettiva che ci porta a concentrarci su ciò che reputiamo più interessante e quello di conferma, prendendo come buone le prove che dimostrano la nostra tesi ed escludendo tutte le altre. Esempio classico: la nonna che ci ammonisce ogni giorno di prenderci una malattia se facciamo questo o quest’altro e quando finalmente avviene ecco arrivare la frase “Te l’avevo detto”, dimenticandosi di tutte le volte in cui la previsione non si è azzeccata. Oppure, si compra un paio di scarpe rosse e improvvisamente si vedono scarpe rosse ovunque.



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di Diego Barbera www.wired.it 2023-12-27 18:17:19 ,

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