La verità di Alex in un podcast: “Sono pentito, il peso che porto addosso è come un ergastolo”

La verità di Alex in un podcast: “Sono pentito, il peso che porto addosso è come un ergastolo”

La verità di Alex in un podcast: “Sono pentito, il peso che porto addosso è come un ergastolo”


“La violenza sulle donne è un fenomeno sociale. Se troviamo una donna che trova la forza di denunciare bisogna ascoltarla, perché quella donna per fare quel passo di andare a denunciare si è fatta un coraggio da togliersi il capello. Perché lei sa che se esce quella cosa, se cioè lo viene a sapere il marito, il compagno o il fidanzato con cui abita per lei è la fine. E succede anche dopo la denuncia che queste donne vengano ammazzate, figuriamoci prima. Noi non abbiamo avuto il coraggio di denunciare, abbiamo avuto tanta paura”. Inizia così la puntata di One More Time di Luca Casadei dedicata al caso di Alex, il giovane che appena diciottenne uccise il padre violento per difendere la madre (ora condannato in appello a sei anni, due mesi e venti giorni, ribaltando il verdetto di assoluzione per legittima difesa del primo grado). Il podcast sarà disponibile da venerdì prossimo su tutte le piattaforme Gedi.

Il primo calcio ricevuto da piccolo, la paura di mostrare i segni delle botte nascosti con il fondotinta, l’incubo vissuto per anni tra le urla e le minacce di suo padre, ossessionato dalla gelosia verso la moglie: la missione di Alex in tutta la sua vita è stata quella di fare da “bodyguard” alla madre, nel timore che lei venisse uccisa in una delle troppe liti, diventate ormai quotidiane. Ai suoi amici spiega così quello che è successo: “Noi in casa vivevamo in un regime cautelare senza che un giudice avesse emesso una sentenza”. E nel podcast per un’ora e un quarto racconta la sua storia, la sua verità, la sua infanzia da incubo. Spiega chi era Giuseppe Pompa, il genitore che la sera del 30 aprile 2020 ha ucciso con 34 coltellate usando sei coltelli diversi.

“Sei pentito?” Gli chiede Casadei. “Assolutamente si”, risponde Alex, che durante l’intervista (rilasciata mentre il suo caso era in attesa della decisione della Consulta per potergli applicare le attenuanti generiche e della provocazione) spera ancora di essere assolto. “Quello che non ho mai detto a nessuno è che è veramente difficile alzarsi e avere questo peso sulle spalle di uccidere tuo padre per salvare la tua famiglia. È veramente un peso enorme. Adesso ho 22 anni, sono veramente ancora tanto giovane per vivere tutta la vita con questo peso. Io dico che ho ottenuto un ergastolo, non dal punto di vista giuridico, ma psicologico”.

“Non è giusto, Alex ci ha salvato la vita”, il fratello Loris Pompa dopo la condanna





Il ragazzo – che nel frattempo ha rinunciato al cognome Pompa del padre prendendo quello della madre, Cotoia – sa che potrà tornare in carcere: “Mi spiacerebbe per il tempo perduto, in cui non potrei costruire rapporti e relazioni: sarebbe veramente brutto, una perdita di tempo, sarebbe un tarparmi le ali. Anche perché ho fame della vita, e prima non ho potuto farlo”. Ora, con il verdetto di condanna dei giudici, la possibilità è ancora più concreta: avendo già scontato una parte di carcerazione, resterebbe in cella per meno di un anno. Ma prima bisogna attendere il passaggio della sentenza in Cassazione. “Fino a quando la sentenza non sarà definitiva – spiega infatti il ragazzo – non andrò in carcere e resterò a casa mia”. In quella casa di Collegno dove ha vissuto e ha ucciso suo padre. “Sono riuscito a tornare a vivere lì anche grazie al percorso di psicoterapia che sto facendo”.

Il podcast è un viaggio in quella casa, dove si respirava un clima di terrore costante, diviso in momenti di attesa in cui lui e il fratello sapevano che il padre “stava per esplodere” e quelli in cui si scatenava la violenza, “fino a quando non eri sfinito e lui decideva che poteva bastare”. “Lui ti prendeva dal collo e ti stringeva forte: io avevo i segni e li coprivo con il fondotinta – spiega – A volte utilizzava anche la cinghia e poi andava a prendere i coltelli e minacciava”. E alla grande domanda “Perché non l’avete mai denunciato?”, il ragazzo risponde: “Avevamo paura. Lui ci diceva ‘i carabinieri non arrivano in tempo, è inutile che li chiamiate, non arrivano in tempo e vi ritrovano tutti morti… Vi faccio a pezzettini’”.



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[email protected] (Redazione Repubblica.it) , 2023-12-13 13:28:26 ,torino.repubblica.it

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