Nucleare, quali sono le 51 aree in Italia dove può sorgere il deposito delle scorie

Nucleare, quali sono le 51 aree in Italia dove può sorgere il deposito delle scorie

Nucleare, quali sono le 51 aree in Italia dove può sorgere il deposito delle scorie


Nel processo di scrematura, siamo passati dalle iniziali 67 aree potenzialmente idonee alle attuali 51. Dalla lista sono usciti i siti in Toscana e la provincia di Torino, che aveva uno dei numeri più alti di località adeguate ai criteri stabiliti dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), l’autorità per la vigilanza dell’atomo in Italia.

L'elenco delle aree idonee per il deposito nucleare

L’elenco delle aree idonee per il deposito nucleare

Cosa succede ora

Ora tuttavia scattano 30 giorni in cui alcuni Comuni che non sono inclusi in questa lista (la cosiddetta Carta nazionale delle aree idonee o Cnai) e che vogliono tuttavia ospitare il deposito, possono farsi avanti e presentare una propria auto-candidatura, da inviare al Mase e a Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti nucleari. È questa la strada voluta dal governo Meloni per smarcarsi dall’impasse sulla scelta del luogo, visto che in precedenza tutte le amministrazioni delle località contenute nella Cnai hanno espresso la loro contrarietà alla costruzione dell’impianto. Finora, tuttavia, ha alzato la mano solo il Comune di Trino Vercellese, in Piemonte, dove sorge una delle quattro ex centrali nucleari italiane. La norma per le auto-candidature, varata poche settimane fa dal consiglio dei ministri, consente anche al ministero della Difesa di opzionare alcuni siti.

Il deposito comporta un cantiere da 900 milioni di euro, quattromila operai e quattro anni di durata, per realizzare novanta costruzioni in calcestruzzo armato, dette le celle, che a loro volta conterranno i moduli in cemento, dove saranno collocati i contenitori di metallo con i rifiuti. Un sistema a matrioska per sigillarli per i successivi 300 anni. L’impianto porterà in dote anche un parco tecnologico per la ricerca e lo studio sui rifiuti nucleari e, soprattutto, un ristoro economico di un milione di euro. Nell’ultima previsione, l’apertura del deposito è stata prevista per il 2030 ma, a causa degli ultimi 12 mesi di impasse e in attesa che arrivino le auto-candidature, la data va aggiornata. eccato che nel 2025 l’Italia debba far rientrare dalla Francia 235 tonnellate di rifiuti atomici ad alta e media intensità che aveva stoccato all’estero in attesa di costruire l’impianto. E poi ci sono quelli collocati nel Regno Unito nel sito di Sellafield, che di recente è finito al centro di uno scandalo perché infiltrato da attacchi informatici dal 2015 senza che fosse diffuso un allarme, come raccontato dal Guardian.

La questione tempi

L’Italia è in ritardo cronico sulla gestione dei rifiuti nucleari. Ma il processo delle auto-candidature. l’unica via individuata dall’esecutivo di destra per superare i no dei siti nella lista ufficiale, richiede tempo. Adesso scatta un mese di tempo per inviare le offerte. E siamo a metà gennaio 2024. A quel punto, da decreto del governo, il Mase redige un elenco che invia a Sogin, che ha 30 giorni per valutare le proposte, da sottoporre poi alla lente dell’Isin. Che a sua volta entro 30 giorni dice la sua e lo spedisce al ministero. A quel punto Sogin ha altri 30 giorni per scrivere un’altra carta, quella delle aree autocandidate (Cnaa), dove mette in ordine di priorità i volontari. A quel punto il Mase ha altri trenta giorni per fare una valutazione ambientale strategica (Vas), una procedura che si applica a progetti che possono avere impatti significativi sull’ambiente. E che in genere richiede anni. Se non ci sono autocandidature, si procede con le località della Cnai: altri 30 giorni per incardinare la Vas. In entrambi i casi, a valle del processo (e il decreto non dice quanto deve durare), Sogin ha altri 30 giorni per stilare la classifica finale delle aree, in ordine di priorità, che spedisce al Mase, che lo inoltra all’Isin, che ha altri 30 giorni per dare un parere.

Insomma, solo per prendere le decisioni e passarsi la pratica, il decreto prevede 240 giorni massimo di impegno. Nel mezzo bisogna fare il lavoro. Ossia richiedere documenti, analizzare le proposte, stabilire ordini di priorità, validarli, pubblicarli e confrontarsi con gli enti territoriali. È chiaro che, con questi tempi, la scelta del sito sorpassa indenne il prossimo appuntamento elettorale: le europee di giugno 2024. E poi bisogna vedere se, a valle del processo di auto-candidatura, le aree volontarie battono quelle scelte dall’alto per idoneità. Altrimenti, da decreto, bisognerebbe prima tentare con le seconde la conciliazione per impiantare il deposito. Siccome sarà improbabile che qualcuno dica sì, la scappatoia voluta dal governo Meloni garantisce una via di uscita. Ossia che quando sarà il momento di decidere a Roma dove mettere l’impianto, ci sarà un volontario su cui fare affidamento.



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di Luca Zorloni www.wired.it 2023-12-13 13:55:57 ,

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