The Northman, tra sangue, storia e onirismo

Un giovane principe in cerca di vendetta.
Un padre e un re tradito e assassinato.
Uno zio e un fratello usurpatore del potere.
Un complotto sanguinoso tra le remote terre del nord.

Cominciate a notare qualcosa di familiare?

Dagli eroi mitologici allo shakespeariano Amleto, passando per il disneyano Re Leone, quello dell’orfano che torna dall’esilio per vendicare i propri congiunti e compiere il proprio destino è da sempre uno degli archetipi più abusati dalla narrativa di tutto il mondo, sia essa letteraria, folkloristica, o come in questo caso, cinematografica.

Ma si sa, dopo Omero è stato tutto già scritto, e chi crede di poter inventare dal nulla una nuova storia non fa che mentire a sé stesso: chi vuole raccontare una storia oggi può solo ricombinare in modo mai visto prima elementi già esistenti, e chi riesce a dare a queste combinazioni un’impronta personale e riconoscibile può permettersi il lusso di essere considerato un autore.

E Robert Eggers questo lo ha capito benissimo, dato che il suo obiettivo non è quello di raccontarci per l’ennesima volta una storia di vendetta (tra l’altro basandosi proprio sul racconto danese che ispirò il già citato Amleto di Shakespeare), bensì quello di usare la storia in questione come espediente per coniugare il suo personalissimo stile di regia e i temi ricorrenti della sua per ora breve filmografia (il rapporto con la natura, i folklori, le tradizioni e i limiti della conoscenza e della comprensione umana) con una delle culture più affascinanti della Storia: quella vichinga.

Quindi, affilate le vostre spade, versatevi un bell’idromele e vediamo se Eggers si è dimostrato degno del Valhalla.

Qualcuno volò sul nido del corvo

Partiamo proprio dall’elemento più scottante di tutti, il primo su cui gli spettatori tendono a concentrarsi ogni volta che esce un film storico anche quando non hanno competenze in ambito storico, e che anche stavolta, tra presunti apparecchi odontoiatrici per valchirie e appropriazioni culturali da parte dell’estrema destra americana, non ha mancato di sollevare polemiche: la rappresentazione della cultura vichinga.

Ora, chi vi scrive non ha la pretesa né tanto meno il desiderio di essere considerato un esperto, ma è evidente anche agli occhi di un profano il fatto Eggers abbia ricostruito gli ambienti e i costumi dell’epoca con precisione chirurgica, rendendo l’esperienza visiva estremamente immersiva: che si tratti dell’albero Yggdrasil o dei corvi di Odino, il regista non perderà tempo a spiegarvi il significato di ogni singolo elemento iconografico, limitandosi invece a piazzarli esattamente dove devono essere in modo da poter ricostruire fedelmente quel dato contesto storico.

A Eggers non interessa insegnarvi il mondo dei vichinghi, vuole farvelo vivere, e sebbene la conoscenza di alcune nozioni di base (come il Valhalla, le valchirie o i berserker) possa farvi molto comodo per comprendere meglio certi passaggi, tale immersione riesce alla perfezione, grazie anche e soprattutto alla condotta dei nostri protagonisti.

Uno degli elementi che ha maggiormente colpito chi vi scrive infatti, è come Eggers se ne sia sostanzialmente fregato di dare ai suoi personaggi una morale e dei valori che fossero compatibili con la sensibilità odierna: buoni o cattivi che siano, quasi ogni personaggio della storia compirà o si renderà complice di almeno un atto raccapricciante e disumano, per cui se siete persone particolarmente delicate, nessuno di questi individui si guadagnerà la vostra simpatia.

Ma parliamo appunto dei nostri protagonisti, degli attori che li interpretano e dei temi che portano con sé.

Amleth, principe guerriero animato dalla sete di vendetta e dalla furia di un berserker, interpretato da un Alexander Skarsgard estremamente fisico che carica la sua interpretazione di pura energia animale senza però tralasciare di dargli spessore ed espressività grazie ad una recitazione che mai potrebbero offrire attori dalla fisicità simile come Jason Momoa o Chris Hemsworth: egli incarna una delle tematiche più care a Eggers, il rapporto tra l’uomo e la natura, ma se in The VVitch e in The Lighthouse si trattava di un rapporto conflittuale, volto ad evidenziare la piccolezza dell’uomo rispetto all’immensità del creato, qui si tratta di un’unione. Tra riti di passaggio e visioni oniriche, il nostro protagonista si fonde letteralmente con la natura, che sia per acquisire la furia di una bestia in vista di una battaglia o per andare oltre la schiavitù del tempo e dello spazio per gettare uno sguardo sul futuro.

Fondamentali per questo saranno tre personaggi dal minutaggio su schermo piuttosto limitato, ma non per questo meno influenti sull’andamento degli eventi: Heimir il Folle (Willem Dafoe), la veggente (Bjork) e re Aurvandil (Ethan Hawke) rappresentano il destino di Amleth, un destino che può essere l’unica cosa in grado di dare una parvenza di senso ad una vita di violenza e di morte, un destino che può ingabbiare un uomo precludendogli la via per la felicità, un destino che conduce a Fjolnir.

E parlando appunto dell’antagonista, Claes Bang è abile nel tratteggiare un antagonista ambiguo, le cui azioni, anche quando ignobili, sono mosse da passioni dannatamente umane, rendendolo più simile ad Amleth di quanto i due siano disposti ad ammettere.

Ma di tutti i personaggi quello più spaventoso è quello di Nicole Kidman, che qui incarna una donna fatale dall’impronta fortemente shakespeariana, nonché un’altra delle tematiche predilette del regista: il superamento dei tabù sociali, la repressione che porta alla perversione, che si tratti dell’adulterio, del tradimento, del familicidio o addirittura dell’incesto.

Meno d’impatto è invece la Olga di Anya Taylor-Joy, che nonostante la bravura (e la bellezza) dell’attrice e la chimica con Skarsgard, è penalizzata dalla scrittura, che porta il rapporto con Amleth a svilupparsi in modo così intenso e così rapido da lasciare interdetto lo spettatore.

L’occhio di Odin… ehm, di Eggers

Dopo due film come The VVitch e The Lighthouse, caratterizzati da un cast estremamente ristretto, una sola ambientazione e un uso degli effetti speciali ridotto al minimo, siamo stati colti tutti in contropiede nel constatare come il suo terzo lungometraggio avrebbe incluso ambientazioni ampie, battaglie campali, un cast molto più nutrito e un uso più esteso della CGI.

Ma non temete una svolta commerciale da parte di Eggers: questo dispiegamento più ampio di risorse resta comunque asservito alla poetica estremamente personale del regista.

La CGI e gli effetti speciali sono infatti utilizzati per sfruttare appieno il potenziale visivo dell’iconografia vichinga (che si tratti di un’apparizione di Odino, della visione di una valchiria o del risveglio di un non deceduto), e per giocare, come è solito fare Eggers, con i limiti della conoscenza umana e delle suggestioni date dalla cultura di appartenenza dei suoi protagonisti: ciò che vediamo su schermo sta realmente accadendo o è solo il modo in cui i personaggi interpretano ciò che accade intorno a loro? Più volte ci siamo ritrovati a farci questa domanda guardando i precedenti lavori del regista, e pur essendo qui costretto dalla storia che sta raccontando ad essere molto meno ambiguo, l’autore riesce comunque a sfruttare le scene oniriche in modo sempre affascinante e mai banale.

Lo stile di Eggers resta poi estremamente riconoscibile anche dalla regia: la fotografia sporca e desaturata, l’uso quasi alienante di campi e controcampi, i piani sequenza che raccontano quasi una piccola storia nella storia.

Ma di tutti gli elementi scenografici messi in campo dall’autore quello più coinvolgente e per il quale raccomandiamo maggiormente la visione al cinema è l’audio: tra tamburi di guerra, grida ferine, esplosioni vulcaniche, antiche canzoni e il suono sordo delle ossa che si spezzano e della carne che si lacera, l’esperienza visiva risulterà estremamente immersiva.

Ma soprattutto i dialoghi. Dialoghi nei quali lingue antiche e contemporanee vengono sapientemente mescolate. Dialoghi ripetuti come fossero filastrocche, quasi a volersi imprimere nella testa dello spettatore con più efficacia. Dialoghi volti a farci immergere di più in una storia di ossessioni, sofferenze e patimenti.

Insomma, The Northman è un ottimo film, felicemente coerente con l’ottima reputazione che Robert Eggers si è guadagnato dopo soli due film, ma che non raccomandiamo a chiunque: lo raccomandiamo agli amanti di una cultura antica che con questo film hanno l’occasione di rivederla attraverso gli occhi di un regista visionario, a chi è alla ricerca di personaggi ambigui e sfaccettati come nel miglior dramma shakespeariano, ma soprattutto a chi non teme una violenza fisica, ma soprattutto psicologica, quella crudeltà talvolta necessaria affinchè un film sia realmente d’impatto, e che un certo cinema sembra aver scordato da tempo.



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di Ivan Guidi
www.2duerighe.com
2022-05-02 14:33:23 ,

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