di Letizia Bonelli
Ci sono parole che non si ascoltano con le orecchie, ma con la pelle. Entrano in silenzio, leggere come una brezza che sembra innocua, e invece lascia freddo dentro. Non servono toni alti né frasi taglienti: basta un accento, un mezzo sorriso, un silenzio costruito ad arte.
Così nasce la comunicazione tossica: un virus animae che si diffonde lentamente, insinuandosi nei rapporti, negli affetti, nei legami quotidiani.

Viviamo immersi nel rumore, in una società che parla sempre e dice poco. Le frasi rimbalzano, si consumano, si svuotano. In questo chiacchiericcio senza sosta, le parole mal usate diventano strumenti sottili di controllo, piccoli aghi che colpiscono proprio dove siamo più sensibili.
La tossicità non si presenta quasi mai sotto forma di violenza esplicita: è una sfumatura, un’ambiguità, una vaga sensazione che qualcosa non torni. È un vento tiepido che disorienta, una foschia che confonde i confini.
La sua radice non affonda nella cattiveria, ma nell’irrisolto. Chi sparge veleno porta dentro una frattura non curata, un dolore che non sa nominare. Ma la comprensione, per quanto necessaria, non deve mai trasformarsi in sopportazione.
Un principio antico rimane valido: dignitas non negotiatur — la dignità non è materia di scambio.
La comunicazione tossica teme la chiarezza, perché la chiarezza illumina. E la luce, per chi vive nel bisogno di controllo, è minaccia.
Per questo le parole manipolatorie cercano la vulnerabilità, non la forza. Tentano di orientare l’identità dell’altro, di creare dipendenza emotiva, di far vacillare la certezza interiore.
L’antidoto è la presenza di sé.
Una presenza piena, lucida, capace di riconoscere quando qualcosa non ci appartiene.
È il coraggio di dire: haec verba non mea sunt — queste parole non sono mie.
È la consapevolezza che la gentilezza non è debolezza, la fermezza non è arroganza, e che il silenzio scelto è una forma meravigliosa di forza.
Ogni relazione che cresce nella trasparenza diventa un luogo di riparo; ogni scambio fondato sulla sincerità diventa un ponte. Le parole, quando sono vere, portano vita. Quando nascono dalla paura, invece, lasciano ombre.
E allora occorre tornare all’essenziale: usare la voce come gesto di cura, mai come strumento di dominio. Custodire la propria luce, proteggere lo spazio interiore, scegliere dialoghi che nutrono l’anima.
Il mondo che verrà dipenderà dalla qualità del nostro linguaggio.
Le parole sono semi: alcune fioriscono, altre feriscono.
Verba volant, sed vulnera manent — le parole volano, le ferite restano.
Sta a noi decidere se diventare vento che spezza o vento che solleva.
Sta a noi scegliere la bellezza di ciò che doniamo.
Sempre.
















