di Simone Cosimi
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Tornando a Paumen, che è coideatore di Hackerspace ACKspace, una specie di coworking ad Heerlen, nell’estremo sud-est del paese al confine con Germania e Belgio, spiega di non avere timori di sorta, né per la sua privacy né per la possibilità che i dati possano essere in qualche modo sottratti: “Gli impianti di chip contengono lo stesso tipo di tecnologia che le persone usano quotidianamente – spiega – dai telecomandi per aprire le porte alle carte di trasporto pubblico come la London Oyster card o carte bancarie con funzione di pagamento contactless”. Aggiungendo che la distanza di lettura è limitata e che l’impianto deve in ogni caso trovarsi all’interno del campo elettromagnetico di un lettore Rfid o Nfc compatibile per poter comunicare i propri dati. Oltre ai transponder – ne ha uno, il VivoKey, che gli consente di attivare algoritmi crittografici, si è fatto impiantare anche dei biomagneti con cui sollevare piccoli oggetti, tutto in gran parte dall’azienda Dangerous Things.
Secondo Theodora Lau, esperta di fintech e coautrice del libro Beyond Good: How technology is leading a business driven revolution, questo tipo di impianti non sono altro che “un’estensione dell’internet of things”, dunque nulla di troppo avveniristico né l’antipasto del transumanesimo, a pensarci bene, ma solo un altro modo di collegarsi e scambiarsi dati. Detto questo, i vantaggi devono pur sempre essere bilanciati rispetto ai rischi, soprattutto quando questi chip conterranno sempre più informazioni personali. O meglio, quando il loro ID univoco rilancerà a database effettivamente contenenti quei dati. A proposito: il primo a farsi impiantare un chip sottocutaneo fu Kevin Warwick, professore di cibernetica all’università di Reading, nel 1998. Quella operazione di venti minuti, però, avvenne per una scelta con un chiaro intento per così dure filosofico e in piena convinzione transumanistica.
Dal canto suo, Paumen si definisce un “biohacker” (ma anche “cyborg” e “transumanista” a giudicare dal suo scheletrico sito), che continua a raccogliere e a farsi impiantare diverse tecnologie mano a mano che queste si evolvono e si rendono disponibili: “Gli impianti potenziano il mio corpo – spiega – non vorrei mai vivere senza”.
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www.wired.it
2022-04-14 05:00:00