L’atmosfera broadwayana, solamente accennata nelle prime due stagione grazie alle frequenti evocazioni dei fasti passati della carriera di Oliver, si espande oltremodo anche grazie a una pletora di guest star veterane del palco – tra cui la Ashley Park di Emily in Paris, Matthew Broderick di Ladyhawke e il re della comicità Mel Brooks. Nel cast c’è anche il Jesse Williams di Grey’s Anatomy in una parte consistente – quella del documentarista Tobert – ma le opportunità di emergere in un cast tanto luminoso per lui scarseggiano. Il cambio di rotta di questi nuovi otto episodi (su dieci) concessi in visione alla stampa ha, come accennato, il pregio di scuotere la routine dello show ampliandone il respiro. Il trio prende ognuno la propria strada, frequentando altre persone; le relazioni sentimentali minacciano di raffreddare la complice amicizia dei tre improbabili compari dalla bizzarra sintonia.
L’impressione, tuttavia, è che sorprendere gli spettatori più smaliziati allontanandosi da un format che ha la sua forza proprio nella sua formulaicità non giovi a una produzione che deve il suo successo a un approccio originale (evocativo di Signori, il delitto è servito) – dato dall’applicazione di un registro ironico e baldanzoso a un genere rigido, serioso e codificato come il whodunnit – e la sua riuscita ad un’azzeccata scelta dei protagonisti, un trio che funziona in sinergia. Per fortuna la digressione è momentanea e la separazione non intacca, semmai fortifica, l’attrattiva delle loro dinamiche relazionali peculiari. Quella magia va conservata, qualcuno mandi un memo a Martin.
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di Lorenza Negri www.wired.it 2023-08-08 13:30:00 ,