Dal Trap a Gattuso quanti allenatori lost in translation – Calcio

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Frammenti di un discorso amoroso. “Qualcuno parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), che invece non parla”. Così scriveva il francese Roland Barthes. Ma chi, il portiere della nazionale, quello a cui toccavano la pelata perché portava fortuna? No quello è Fabien Barthez. E che c’entra Roland, allora?

Frammenti di un discorso calcistico. Un allenatore parla a sé stesso di fronte all’altro, il traduttore, che non ci capisce niente. Accade a Rino Gattuso e al suo interprete, nella conferenza stampa dopo una partita dell’Olympique Marsiglia. Davvero, ci vorrebbe un semiologo. Lo si vede insoddisfatto della traduzione (evidentemente non parla, ma capisce bene). Allora per mettere a suo agio il giovane che gli sta accanto, prova a spiegare, più a lui che ai giornalisti, con parole sue.

Queste: “Non volevo mettere un destro a sinistra perché stavamo facendo una rotazione: il terzino andava in ampiezza, il centrocampista si abbassava e in quel momento là mettere un destro sulla fascia sinistra viene un po’ meno fluido”. E’ da sempre la cosa più vicina alla “supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra”. Gattuso, come se fosse Antani. Il traduttore, smarrito. “No, vabbè, dovevi studiare a Coverciano”. Il covercianese, no: la lingua perduta delle gru, dei mister che sparano fumogeni e dei commentatori che vogliono sembrare tecnici.

In effetti per gli allenatori italiani all’estero di traduttori ne servirebbero due. Il primo passa al secondo un assist in italiano comprensibile. “Non ho pensato di cambiare ai lati, o s’incasinava tutto”. Punto. Ma perché non imparano la lingua del luogo dove allenano? Mica sono Stramaccioni in Iran. Dev’essere il fantasma di Trapattoni e Strunz. A rivederla senza il sottofondo della Gialappa’s che lo esalta e perseguita aveva poi detto una cosa chiarissima: “Strunz non gioca mai, è sempre infortunato e i suoi compagni non ne possono più, di Strunz!”. De Zerbi, che di suo tenderebbe alla trigonometria linguistica applicata, al Brighton, in inglese, si semplifica: “Stiamo cercando di migliorare”.

Come non capirlo? Viviamo nel tempo della semplificazione massima di ogni discorso. Quello amoroso si è ridotto al simbolo di un cuore che palpita su uno schermo. Quello politico a due parole (“Nous, Tous”, Macron), tre (“Yes, we can”, Obama), quattro (“Make America Great Again”, Trump). L’auto-traduzione genera mostri: “Open to meraviglia”. “Nel secondo tempo i quinti rendevano un quarto e ho messo Terzic”.



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