Facebook o Meta, l’impero di Mark Zuckerberg si fonda sempre sulla manipolazione

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Dovreste immaginarvi un impero di nome Facebook, con il suo imperatore di nome Mark Zuckerberg. C’è anche un’ampia cittadinanza che oggi percorre il suo territorio: circa 2,9 miliardi di persone. Nell’impero i commercianti hanno riversato, solo nella prima metà del 2021, 54 miliardi di dollari. L’imperatore è ancora abbastanza giovane: Zuckerberg ha 37 anni, ha creato questo mondo parecchi anni fa, quando ancora era uno studente con già uno spiccato senso della conquista. Insieme a lui a governare questo vasto territorio c’è Sheryl Sandberg (classe 1969), arrivata direttamente da un’altra galassia di nome Google, con il carico di conoscenze su come estrarre ricchezza dagli utenti, cioè i dati.

Nel corso della sua storia, Facebook ha dovuto affrontare parecchi problemi considerando la sua capacità di acquisire altri territori, conquistare colonie, ad esempio con prodotti come FreeBasic, app che collegano a Internet gratuitamente ma solo su contenuti voluti da sua maestà Mark, diventando il principale mezzo di informazione di molti Paesi, immaginare addirittura un metaverso, un nuovo universo composto da realtà aumentata, progetto futuristico responsabile anche del cambio di nome annunciato da Facebook.

Per questo è incorso in alcuni momenti drammatici, come nel 2019 quando Amnesty international ha definito il suo modello di business «basato sulla sorveglianza» lesivo della privacy e «una minaccia di carattere sistemico per una serie di altri diritti tra i quali la libertà di opinione ed espressione, la libertà di pensiero e i diritti all’uguaglianza e alla non discriminazione».

Secondo Shoshana Zuboff, autrice del bestseller “Capitalismo di sorveglianza” (Luiss university press, 2018) e professoressa emerita alla Harvard business school, «l’economia del capitalismo di sorveglianza ha generato il ciclope estrattivo, trasformando Facebook in un colosso pubblicitario e un campo di sterminio per la verità». Facebook è infatti un regime autoritario, che secondo i suoi detrattori non amerebbe affatto la verità. Per Adrienne LaFrance, giornalista di The Atlantic, addirittura Facebook andrebbe considerata come una «potenza straniera ostile».

Qualche settimana fa, il 4 ottobre, l’impero si è spento: come in quelle foto della Corea del Nord dove il Paese appare avvolto dal buio, mentre la Corea del Sud appare come un luna park pieno di luci, Facebook era improvvisamente sparito e di fronte a lui brillavano Twitter e le altre piattaforme rimaste in piedi. Qualche ora di blocco totale che ha consegnato a Zuckerberg un bagno di sangue economico.

L’interruzione di Internet, causata, secondo l’azienda, da modifiche ai sistemi interni, è costata al social 6 miliardi di dollari in poche ore. Perché Facebook ha un imperativo prima di tutto: raccogliere dati, più dati possibile, in ogni modo possibile. E per farlo ha bisogno che la sua cittadinanza sia sempre lì, sul territorio, a discutere, leggere, guardare, spiare e commentare, regalando tutti i particolari più significativi agli astuti inserzionisti che finanziano il sistema autocratico di Zuckerberg. Ma non solo, perché lo spegnimento è avvenuto tra due eventi che hanno aumentato le perdite per l’impero: due ex dipendenti ne hanno infatti denunciato la brama per i dati e i soldi, senza alcun rispetto per la sicurezza degli utenti.

Prima è toccato a Frances Haugen, ex product manager. Per mesi ha fornito anonimamente documenti interni al Wall Street Journal, poi ha testimoniato davanti al Congresso degli Stati Uniti, sottolineando che «nessuno comprende veramente le pratiche distruttive fatte da Facebook tranne Facebook»; eppure «le scelte che vengono fatte all’interno di Facebook sono disastrose, per i nostri figli, per la nostra sicurezza pubblica, per la nostra privacy e per la nostra democrazia».

In particolare Haugen si è riferita a Instagram, sottolineando l’esistenza di documenti che testimonierebbero la seria dipendenza da social da parte dei giovani. Secondo documenti visionati dal New York Times il 17 ottobre, Instagram sarebbe ossessionata dalla necessità di conquistare un pubblico adolescente.

Come ha sottolineato giustamente Axios, sito giornalistico americano fondato da ex reporter di Politico e Washington Post, Haugen non ha solo fornito le prove ma ha anche indicato come andrebbero usate: «Ha chiesto una maggiore trasparenza nelle operazioni di Facebook; la formazione di un’efficace agenzia di vigilanza e interventi per ridurre la diffusione della disinformazione, come richiedere agli utenti di fare clic sui collegamenti prima di condividerli».

Qualche giorno dopo è stata un’altra ex dipendente, Sonia Zhang, licenziata da Facebook per scarsa efficienza, a mettersi a disposizione del Congresso dopo aver passato al Guardian, nell’aprile 2021, importanti documenti che testimoniano un’altra tendenza di Facebook: lasciare correre clamorose manipolazioni dell’opinione pubblica in diversi Paesi. Il Guardian ha visionato un’ampia documentazione interna che mostra come Facebook abbia gestito «più di 30 casi in 25 Paesi di comportamenti politicamente manipolativi». I documenti mostrano «come Facebook abbia consentito gravi abusi della sua piattaforma in Paesi poveri, piccoli e non occidentali. La società ha agito rapidamente per affrontare la manipolazione politica che ha colpito paesi come Stati Uniti, Taiwan, Corea del Sud e Polonia, mentre si muoveva lentamente o per niente sui casi in Afghanistan, Iraq, Mongolia, Messico e gran parte dell’America Latina». Infine The Intercept ha reso note le liste di individui e organizzazioni proibite per il social: «Una chiara incarnazione delle ansie, delle preoccupazioni politiche e dei valori della politica estera americani post 11/9. Quasi tutti nella lista sono considerati un nemico o una minaccia dall’America o dai suoi alleati: oltre la metà è costituita da presunti terroristi stranieri, la cui libera discussione è soggetta alla più dura censura di Facebook».

Le conseguenze di queste rivelazioni di whistleblower sono state pesanti per Zuckerberg: man mano che le storie di Haugen e Zhang si diffondevano, Facebook ha perso oltre il 12 % del suo valore, pari a oltre 100 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato.

Come è possibile che sia avvenuto tutto questo? Secondo Sheera Frenkel e Cecilia Kang, autrici di uno dei migliori libri scritti sul fenomeno di Menlo Park, “Facebook: l’inchiesta finale” (Einaudi, 2021), non si tratterebbe di un programma sfuggito al controllo di un nerd, ma tutto sarebbe avvenuto all’interno di un piano ben congegnato. Anzi di un’attitudine, quella anarcocapitalista della Silicon Valley, da cui l’imperatore si sarebbe abbeverato per applicare poi una logica cannibale e spietata con i propri competitors. Si tratta delle «filosofie di imprenditori come Peter Thiel, il coideatore di PayPal, che aveva investito 500.000 dollari in Thefacebook (uno dei primi nomi del social, ndr), nell’agosto 2004, e Marc Andreessen, coideatore di Netscape. Come due degli uomini più potenti della Silicon Valley, hanno fatto molto di più che creare e investire in nuove start-up: hanno plasmato l’ethos di ciò che significava essere un ingegnere tecnologico. Quell’ideologia era radicata in una versione di libertarismo che abbracciava l’innovazione e il libero mercato e disprezzava l’eccessiva portata del governo e dei regolamenti. Al centro c’era la credenza nell’autonomia individuale, ispirata da filosofi e scrittori come John Stuart Mill e Ayn Rand, e la loro difesa del razionalismo e dello scetticismo verso l’autorità. Gli obiettivi trainanti erano il progresso e i profitti».

L’algoritmo di Facebook, registra Adrienne LaFrance, guida inesorabilmente gli utenti «verso materiale meno sfumato e più estremo, perché è ciò che suscita in modo più efficiente una reazione. Gli utenti sono implicitamente addestrati a cercare reazioni a ciò che pubblicano, il che perpetua il ciclo. I dirigenti di Facebook hanno tollerato la promozione sulla loro piattaforma di propaganda, reclutamento terroristico e genocidio. Indicano virtù democratiche come la libertà di parola per difendersi, mentre smantellano la stessa democrazia».

Zuboff fa rientrare le attività di Facebook, e non solo, all’interno di un «colpo di stato epistemico» partito con Trump ma che a quanto pare non è ancora concluso. I social interverrebbero nel processo in quanto portatori «dall’amplificazione algoritmica guidata dal profitto, dalla disseminazione e dal microtargeting di informazioni corrotte, in gran parte prodotte da schemi coordinati di disinformazione». Particolarmente rilevante dunque, che al termine della settimana terribile di ottobre Facebook abbia lanciato un nuovo progetto, Ego4D, per la realtà aumentata e il processo meta-imperialista di Facebook: ci ha abituato a percepire la realtà per come più conveniva ai suoi interessi economici e ora pare pronto ad allontanarci da essa. Per planare, ancora una volta, su uno dei suoi progetti autocratici.



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di Simone Pieranni
espresso.repubblica.it
2021-11-03 07:52:00 ,

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