Fed, perché ha alzato ancora i tassi (e come funziona)

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La crisi delle banche frena ma non ferma la lotta all’inflazione della Fed negli Stati Uniti. Meno di due settimane dopo il più grande fallimento bancario dal 2008, Silicon Valley Bank, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell chiarisce che il caro prezzi resta la preoccupazione principale. La banca centrale americana ha deciso infatti di alzare ancora i tassi di interesse dello 0,25% – il nono aumento consecutivo – portandoli a un intervallo tra il 4,75% e il 5%, ai massimi da settembre 2007. Un incremento più contenuto di quanto ci si attendeva prima del tracollo di Silicon Valley Bank, segno che la Fed non sottovaluta il rischio di instabilità finanziaria. Ma chi immaginava una pausa nella stretta monetaria è rimasto deluso: fermare bruscamente i rialzi con l’inflazione ancora al 6% avrebbe lanciato un segnale di emergenza, mentre “il sistema bancario americano è sano e resiliente”, sostiene Powell. E così la Fed, con gli occhi di tutto il mondo finanziario addosso, ha proseguito quasi come se niente fosse. 

Lo scenario:

  1. Il ruolo della Fed
  2. Un cambio di linguaggio

Il ruolo della Fed

Quando prende una decisione, come un rialzo dei tassi di interesse, la Federal Reserve diventa un’osservata speciale: è la banca centrale più importante al mondo e le sue mosse sono seguite con attenzione certosina dalle altre autorità monetarie e dai mercati finanziari. È presieduta da sette governatori, nominati direttamente dal presidente degli Stati Uniti, ed è composta da dodici banche centrali regionali. 

La Fed innanzitutto emette il dollaro, il re delle monete internazionali, usato in tutto il mondo anche al di fuori degli Stati Uniti come mezzo di pagamento e come riserva di valore. Inoltre, la Fed supervisiona le banche statunitensi e mantiene la stabilità del sistema finanziario; ma soprattutto conduce la politica monetaria degli Stati Uniti, attraverso i tassi di interesse con cui presta denaro alle banche private. L’innalzamento dei tassi è storicamente lo strumento migliore per raffreddare l’inflazione: se il costo del denaro aumenta, per le famiglie sarà più oneroso accendere un mutuo, così come per un’impresa farsi finanziare un investimento. Di conseguenza, tassi più alti generano un rallentamento del ciclo economico, e quindi una riduzione dei prezzi. 

La stabilità dei prezzi, che i banchieri centrali definiscono come inflazione bassa e stabile, è generalmente il fine ultimo delle autorità monetarie. Ma la Fed, a differenza della Banca centrale europea, persegue un doppio mandato: non solo la stabilità dei prezzi, ma anche la massima occupazione. Nel lungo periodo non c’è conflitto tra i due obiettivi, ma nel breve possono divergere: per esempio, per aumentare il numero degli occupati la banca centrale potrebbe attuare politiche espansive – riducendo i tassi – che alimentano l’inflazione. Ecco perché generalmente si preferisce assegnare una chiara priorità alla stabilità dei prezzi. 



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di Greta Ardito www.wired.it 2023-03-23 16:14:45 ,

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