La Polonia e la democrazia calpestata

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“Nozze” (“Wesele”) è un film di cui tutti parlano in Polonia e che, per due ore e un quarto, racconta una storia diversa rispetto alla narrazione dal potere nazionalista attuale. Lo ha girato Wojciech Smarzowski. Smarzowski è stato autore, tre anni, fa di un’altra opera di successo, “Kler” (il clero), in cui rappresentava sotto la forma di finzione le vicende quotidiane della Chiesa cattolica, fra voglia di arricchirsi dei vescovi, ipocrisia dei preti e via elencando. Fu uno choc per l’opinione pubblica. In “Wesele” la storia invece è la seguente. Un imprenditore di successo in provincia, allevatore di suini, ricco in apparenza ma pieno di debiti, un uomo che odia la moglie e dirige una società di calcio i cui tifosi urlano slogan antisemiti e razzisti, organizza la festa di nozze della figlia prediletta. La ragazza è incinta, e d’altronde durante il picco della pandemia una festa di nozze appunto, non si poteva fare, la carne è debole e il prete che officia è comprensivo. Ora, il padre dell’imprenditore e nonno della sposa soffre di demenza senile. Ma durante la festa la memoria si risveglia. E così veniamo a sapere che lui, prima della guerra, aveva un grande amore: una ragazza ebrea, dello stesso paesino. Attenzione: “Nozze” non è un ennesimo film sulla Shoah, ma è un racconto sulla società polacca oggi, sulla rimozione del passato e su un presente molto problematico dal punto di vista etico.

Il rapporto con gli ebrei, in Polonia, è una specie di cartina di tornasole. Il vecchio signore quindi, durante l’occupazione nazista, assistette (non passivo) a un episodio in cui alcuni polacchi uccisero i vicini di dimora ebrei. Li chiusero in un granaio e appiccarono il fuoco. È un carnefice? Il film suggerisce che lui seguiva l’onda, faceva quello che voleva la maggioranza. Però. Ecco, al contempo, aveva salvato la vita della ragazza che amava. Tanto che alla vigilia delle nozze gli arriva la medaglia di Giusto fra le Nazioni dello Yad Vashem, di Gerusalemme.

Nella mente del nonno e sullo schermo il passato si mescola con il presente. Il vecchio si ricorda le prediche antisemite del prete negli anni Trenta, mentre il sacerdote oggi usa nella stessa chiesa parole di odio nei confronti delle persone Lgbt. Il fresco sposo, mentre la festa va avanti fa all’amore con una donna che non è sua moglie. L’allevatore usa una sua dipendente ucraina e sua amante per ordire un ricatto sessuale. Il prete a sua volta si occupa di strozzinaggio. Smarzowski da artista vuole mettere i suoi concittadini davanti allo specchio per dire: attenti, la propaganda del Pis (Diritto e giustizia) vi presenta come una nazione immacolata, vittima innocente degli altri (nazisti, sovietici), e invece abbiamo nel nostro passato e presente dei lati oscuri, dei conti non saldati.

Il caso vuole che la storia di Smarzowski sia ambientata in un luogo vicino al confine con la Bielorussia. E una decina di giorni fa su “Gazeta Wyborcza” venne pubblicata una foto di bambini in una caserma delle Guardie di frontiera, destinati probabilmente a essere rimandati nella foresta, dove i migranti, spinti in Polonia dal regime di Lukashenko, rischiano di morire di freddo e stenti. L’impatto emotivo è stato enorme. Si è vista la mobilitazione di quella parte dell’opinione pubblica, circa la metà della cittadinanza (stando ai risultati di tutte le elezioni e sondaggi), che del potere di Jaroslaw Kaczynski, capo indiscusso del Pis, non ne può più e che spera in una rapida fine di quel regime, che secondo alcuni si sta avviando verso il tramonto. E per questo il governo polacco minaccerebbe l’uscita dall’Unione europea. Ci torneremo. Le mogli degli ex presidenti della Repubblica sono andate al confine a portare solidarietà ai profughi. È sorto un gruppo di medici che presta soccorso, e un altro di giuristi che aiutano nella richiesta di asilo. E ancora, le donne del cinema – attrici e registe – hanno preso posizione, mentre molti abitanti della zona, così come non pochi sindaci, si sono dati da fare per aiutare chi ne ha bisogno.

E così là dove il potere pensava di procurarsi il facile consenso giocando su paura e xenofobia, c’è stato invece il risveglio di gente spaventata dal tentativo dalla manipolazione delle coscienze in atto. Anche qui la memoria, con tutte le enormi differenze fra oggi e il passato, ha giocato un ruolo. Basta sentire le parole dei medici soccorritori quando usano quasi gli stessi termini che adoperava, parlando del dovere di non restare indifferenti di fronte alla sofferenza altrui, Marek Edelman. Edelman era medico, uno dei comandanti della rivolta contro i nazisti del ghetto di Varsavia nel 1943, nonché attivista dei movimenti democratici del dopoguerra.

Si è detto, mogli degli ex presidenti e cineaste. Esattamente un anno fa, centinaia di migliaia di donne polacche erano in piazza, per protestare contro il verdetto del Tribunale Costituzionale che inaspriva la già durissima legge che vieta l’aborto. Sembrava una rivoluzione che avrebbe per sempre cambiato il linguaggio e i termini del pubblico dibattito. Che ne è rimasto di quel movimento? Lo chiediamo ad Agnieszka Holland. Holland è regista di cinema, ha lavorato in Francia e a Hollywood, in Polonia è una celebrità, ma soprattutto è una degli intellettuali più in vista dell’opposizione: iconica la foto in cui in una piazza, da sola affronta uno schieramento di poliziotti. «Sono energie che, in apparenza, si sono disperse perché nessun obiettivo concreto è stato raggiunto», risponde. «Ma a pensarci bene, l’esperienza di quelle settimane ha cambiato il modo di vivere di milioni di persone. Niente è né sarà più come prima. I movimenti sono come i fiumi carsici». A sua volta, una delle principali teoriche del femminismo in Polonia, Elzbieta Korolczuk, aggiunge a questa analisi una considerazione: «Rivoluzione non significa presa di potere immediata. Invece è un processo lungo e articolato di cambiamento sociale e generazionale. Intanto in Polonia c’è una nuova generazione appunto di giovani che hanno altre priorità rispetto ai padri: ambiente, e soprattutto radicale uguaglianza nella vita di ogni giorno, e che rigetta il paradigma ottocentesco della legittimità dei poteri. Bisogna vedere se quel movimento riuscirà a trovare sbocchi istituzionali. Ma intanto, per tornare a un minimo di normalità, bisogna sconfiggere il Pis».

E forse per paura di essere sconfitti i leader di Diritto e giustizia alzano la posta in gioco. È per questo che il premier Mateusz Morawiecki ha usato (in un’intervista al Financial Times del 25 ottobre) l’iperbole della Terza Guerra Mondiale, parlando del conflitto fra l’Unione europea e il suo governo? Risponde Holland: «Il Pis ha bisogno di un nemico. La campagna contro le persone Lgbt ha esaurito le sue potenzialità». Alcuni sindaci e amministratori locali hanno ritirato i provvedimenti come quelli di dichiarare il loro territorio “Lgbt free”. «E così», continua Holland, «ora il nemico è Bruxelles». Poi però vuole tornare sulla questione dei migranti: «Attenzione, in fondo, noi polacchi stiamo facendo un lavoro che piace a molti in Europa. In tanti, anche non sospettabili, sognano un continente fortezza, cinto da alte mura. E proprio per questo, perché lo scopo di Kaczynski e Morawiecki non è uscire dall’Ue ma trasformare l’Unione dal suo interno, Bruxelles non deve cedere». Poi dice: «Kaczynski ha già fatto un compromesso, ma con Zbigniew Ziobro».

Zbigniew Ziobro

 

Ziobro è ministro della Giustizia e Procuratore generale. Ha poco più di cinquant’anni. È estremamente ambizioso. Non fa parte del Pis ma dirige un partitino senza il quale Kaczynski non può governare. È stato Ziobro a mettere in atto la riforma del sistema giudiziario che l’Unione europea trova incompatibile con lo Stato di diritto. Ed è lui a volere che norme dell’Unione vengano giudicate dal Tribunale costituzionale come incompatibili con la legge polacca (ne vedremo nel prossimo futuro). È impressionante sentirlo parlare delle persone Lgbt, quando spiega che a dimora sua ognuno faccia come gli pare, ma lui non sarà mai d’accordo che i gay impongano ad altri la loro “ideologia”, voluta da certe forze in Europa, come già succederebbe nelle grandi città, prima di tutto a Varsavia. Si dice che sia convinto che alla Polonia convenga uscire dall’Europa. Un po’ per ideologia, un po’ perché, sebbene fuori dal Pis, domani vi potrebbe rientrare come erede del capo, con lo scopo di allargare la formazione fino alle destre radicali, cui è vicino. Guerra dei mondi insomma. E i soldi per rimpiazzare quelli dell’Europa? Li troverebbe sui mercati mondiali.

Sembra una distopia. E infatti, Adam Michnik, direttore di Gazeta Wyborcza, veterano del dissenso, è convinto che siamo alla fine del potere del Pis. Una fine per implosione. Nella sua dimora, con le pareti tappezzate dai libri, dice: «Nessuno qui vuole uscire dall’Unione europea. Otto polacchi su dieci vogliono restarvi. Ed è bene che a Bruxelles si sappia che quando i nostri governanti minacciano una Polexit, sono dei Pinocchi, bugiardi cui si allunga il naso e che vorrebbero in realtà legittimare una concezione di Stato simile a quella di Putin o Orbàn». Spiega: «Il Pis non ha più nessun racconto da vendere all’opinione pubblica». C’è una crisi demografica in atto, i decessi superano di gran lunga le nascite, l’inflazione cresce rapidamente, i prezzi aumentano ma non così i salari.

Prosegue: «E anche l’atmosfera nel mondo, con Draghi, Biden, e la socialdemocrazia vincente in Germania, segna la crisi del populismo». Ammonisce: «Non è detto che non risorgano fra una decina di anni, avendo un’ideologia vera, come l’avevano i comunisti. Ma per ora sono in ritirata». Aggiunge: «Anche per la loro incapacità di stare al mondo, sono ridicoli». Si parla di gente arricchita grazie ai contatti personali con i capi del Pis, escono fuori registrazioni dove l’ex sindaco di un paesino, messo a guidare una grande azienda di importanza strategica, usa termini irriferibili, e trapelano, intercettati da hacker, segreti delle mail private dei ministri.

Nell’aria di fine regno, nel gioco è tornato Donald Tusk, il premier del miracolo economico ed ex presidente del Consiglio europeo. «Credo», dice Michnik, «che sia rientrato perché non sopportava l’idea che una banda di incapaci stesse rovinando quello che lui ha costruito». E ora cercherà di federare le opposizioni. Non entreremo nei meandri della politica polacca con i narcisismi di capi e capetti. Tusk cerca il voto centrista, batte le piccole città dove l’avversario è forte, bacia il pane e il sale del benvenuto e si fa il segno della croce. Ma intanto, un anno fa era emerso un altro leader, il sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski che quasi vinse le elezioni presidenziali contro l’attuale capo di Stato, Andrzej Duda.

Trzaskowski ha 49 anni, è bello, colto, sa parlare bene, e ha pure una famiglia splendida. Sembra un Kennedy polacco. Perché ha ceduto il posto del contendente di Kaczynski al 64enne Tusk? Michnik non risponde. E allora facciamo noi un’ipotesi logica. Se Tusk vince, Trzaskowski un giorno potrà essere un suo degno erede, basta collabori, nell’interesse comune e del Paese. Se, per disgrazia Tusk perde, Trzaskowski, diventa il leader dell’opposizione.
Resta la domanda su quando si vota. La legislatura termina nel 2023, ma tutti a Varsavia sono convinti che si andrà alle urne nella primavera prossima. Forse è presto per dirlo, ma allo stato attuale sembra che vincerà la Polonia cui piace il messaggio dei film di Smarzowski (non necessariamente le soluzioni artistiche formali, ma questo è un altro discorso).



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di Wlodek Goldkorn
espresso.repubblica.it
2021-11-02 11:09:00 ,

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