Le parole che quest’anno hanno fatto parlare di sé

0



A come Attaccare; B come Bonus (super-, eco-, trasporti…); C come Carocarrello; D come Doppio cognome e Drone; E come Ecoansia; F come Femminicidio (vedi Treccani) ma anche Fuorionda… Non sono poche le parole che nel 2023 hanno fatto parlare di sé, non soltanto per quel che dicono ma anche per come lo fanno. Una selezione non può che essere arbitraria e fatta a orecchio – per gli echi che certi vocaboli fanno risuonare – e pure a occhio – per le scie ideologiche che tracciano nel cielo del discorso pubblico. Un esempio: Armocromia è un fortunato neologismo con cui ci si riferisce agli abbinamenti ideali tra sembianti e colori. Nella chiacchiera politica è diventata una parola-dileggio, che implica quell’accusa di “radical chic” pendente su ogni persona di sinistra che non si comporti come una mondina o un bracciante dei tempi di Di Vittorio. Un altro esempio: Flussi, termine molto utile in idraulica, urbanistica, statistica, fisiologia, quando viene seguito dall’aggettivo “migratori” finisce per gettare un velo di opacità sui corpi che di quei flussi sono l’incarnazione dolente.

Apriamo il dossier-anglismi con interiezioni ormai ubique e trasversali a ceti e circostanze: Top, Cool, Too much. Detto ciò tutti si esortano vicendevolmente a uscire dalla propria Comfort zone. Ma così non si rischierà di alimentare l’Overtourism, con tutto lo Street food e l’Overbooking che porta con sé?

Secondo il caro professor Massimo Galli, che ha così intitolato il suo ultimo libro, la “banale influenza” è una malattia che sottovalutiamo. Sopravvalutati saranno invece gli Influencer, aggiungiamo, come opinion leader di un mondo senza opinioni ma pullulante di istinti e certezze infondate. L’anglismo sovrano dell’anno però dovrebbe essere Underdog, perdente che vince ma anche Pet therapy per interi elettorati.

Esistono poi le parole-condanna, come Patriarcato: si usa sempre e soltanto per deprecare e per fare di una galassia di termini più precisi (come maschilismo e misoginia) un regime metastorico, un equivalente del Sistema, del Palazzo, del Potere che furono gli spauracchi degli anni Settanta. Quando poi un generale definisce i richiami costituzionali del Capo dello Stato come “Ovvietà” vediamo che anche una parola non reboante e non ringhiante può prestarsi a usi subdoli.

Di fronte alle parole-condanna si stagliano le parole-promessa, che accarezzano gli uditori con le proprie blandizie. La più forte di tutte resta sempre Sicurezza, con le fronde dei suoi derivati (security, securitario, cybersecurity, security tax e persino securitization).

Al centro della scena è però Genere e non solo per l’importanza che hanno preso la sua accezione identitaria e il suo equivalente inglese Gender, usato come parola-condanna. Il fatto è che derivati di “genere” ricorrono in discorsi diversissimi e diffusissimi. Generazione è una parola-chiave sociologica da quando distinguiamo le fasce d’età con criteri di origine tecnologica e consumistica. Rigenerazione è un’altra parola-chiave per un mondo in cui città, oggetti, corpi, sistemi invecchiano, non sempre in modo accettabile. Infine quando parliamo di Intelligenza Artificiale a illuderci o preoccuparci e comunque eccitarci è la constatazione che essa è diventata Generativa, come nel caso di ChatGPT. Lavorando al posto nostro ci toglierà solo la fatica o anche il reddito?

Permacrisi ci deprime, mentre Mettere a terra significa “far funzionare” e non più, come un tempo, “abbattere” e “smantellare” e questo significa che ci stiamo abituando a tenere gli occhi bassi. Una posa? No, non si dice più: ora si dice Postura, termine che appartiene al tipico birignao di chi pensa di non averne. E comunque anche “posto di lavoro” non si dice più, ora sono tutte Posizioni. Anche sulla scorta della serie di interviste su Repubblica di Valeria Teodonio molti sperano di maturare un Piano B, locuzione che ha scalzato il vecchio Piano Bar e un po’ anche il più recente Lato B. Magari potrebbero essere buone alternative la Settimana corta e lo Smartworking, che resiste un po’ più del previsto alla fine del confinamento pandemico.

Parole che crescono sono quelle che esistevano già ma di cui non avevamo ancora compreso la rilevanza: è il caso di Femminicidio ma anche quello di Algoritmo.

Parole che forse moriranno: se usiamo ancora il verbo Twittare è perché non sapremmo come spremere un’alternativa dal nome “X” (una sommessa proposta: Muskare).

Parole che hanno cambiato il proprio campo d’applicazione: Tossico, dalla farmacologia e chimica alla psicologia stradale.

Parole rese inservibili dal loro stesso successo: Iconico, così comodo quando si limitava a qualificare il linguaggio visivo e così insensato da quando lo usiamo come sinonimo di “rappresentativo” (fino a far dire: “un’immagine iconica”, che sarebbe come “una frase verbale”, “una musica sonora”, “un cibo alimentare”).

Parole forti: Attaccare, che continuiamo a impiegare per la nostra conflittualità quotidiana anche se ha ormai recuperato la sua inquietante letteralità bellica.

Parole dolci: quel modo di dire sardo che Michela Murgia ha importato nella lingua nazionale e che riassume tutto il parlare che si fa di famiglia (tradizionale, queer, blabla) sotto una categoria in cui a prevalere non è il sangue, non il diritto, non la tradizione, ma la reciprocità della relazione. Figli d’anima, figli che non si generano ma si accolgono.



LEGGI TUTTO

[email protected] (Redazione Repubblica.it) , 2023-12-29 21:41:43 ,www.repubblica.it

Leave A Reply