Migranti, la Cei: la tragedia di Cutro ha mostrato i limiti delle politiche di respingimento

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La tragedia di Cutro è una “ferita aperta” che mostra “la debolezza di risposte solo di contenimento o ordine pubblico” rispetto al fenomeno migratorio: lo sottolinea la Conferenza episcopale italiana. I vescovi italiani esprimono la loro contrarietà alla gestazione per altri, o “utero in affitto”, ma tengono a distinguere il tema dall’iscrizione all’anagrafe di figli di coppie dello stesso sesso, “problema delicato” che non va affrontato con “slogan” ma trovando “strumenti prudenti capaci di dare dignità alle persone”.

La recente tragedia di Cutro “è una ferita aperta che mostra la debolezza delle risposte messe in atto”, si legge nel comunicato finale del consiglio episcopale permanente che, sotto la guida del cardinale Matteo Zuppi, si è svolto in questi giorni a Roma. “Il limitarsi a chiudere, controllare e respingere non solo non offre soluzioni di ampio respiro, ma contribuisce ad alimentare irregolarità e illegalità. Servono invece politiche lungimiranti – sul piano nazionale e su quello europeo – capaci di governare i flussi di ingresso attraverso canali legali, ovvero vie sicure che evitino i pericoli dei viaggi in mare, sottraggano quanti sono costretti a lasciare la propria terra a causa della fame e della violenza alla vergogna dei centri di detenzione e diano loro prospettive reali per un futuro migliore”. I corridoi umanitari, per il “parlamentino” della Cei, rappresenta al contempo “un meccanismo di solidarietà internazionale e un potente strumento di politica migratoria”. Nel ribadire che “il diritto alla vita va sempre tutelato e che il salvataggio in mare costituisce un obbligo per ogni Stato”, i vescovi hanno quindi ricordato “quanto sia strategica per il bene comune un’accoglienza dignitosa che abbia nella protezione, nell’integrazione e nella promozione i suoi cardini”.

Monsignor Baturi: allargare i canali legali

“Una politica fatta solo di controllo, ordine pubblico, restrizioni, non coglie il tema vero”, ha chiosato in conferenza stampa il segretario generale, monsignor Giuseppe Baturi, che, elogiando il “grande cuore” della cittadinanza calabrese che ha soccorso i superstiti al naufragio di Cutro, ha sottolineato la disponibilità della Cei, grazie alla propria “esperienza pluridecennale”, a contribuire ad “allargare gli spazi di canali legali, che salvano vite e tolgono ossigeno a organizzazioni malavitose”.

“Non mercificare il corpo delle donne”

I vescovi del consiglio permanente hanno affrontato anche un altro tema di attualità, sottolineando che “molte persone ormai, pur con idealità diverse, riconoscono come inaccettabili pratiche che mercificano la donna e il nascituro”. Monsignor Baturi è tornato a ricordare il giudizio negativo della Chiesa cattolica e di Papa Francesco sul cosiddetto “utero in affitto”, che “rischia di mercificare le donne, soprattutto le più povere, trasformando il figlio in oggetto di contratto: questo non corrisponde a idea di maternità e paternità colta come dono, un’idea condivisa anche da persone che non condividono il patrimonio della fede cristiana”. La maternità surrogata è un crimine universale? “E’ un problema universale”, ha risposto l’arcivescovo.

Interpellato sul tema della trascrizione all’anagrafe di figli di coppie omosessuali, monsignor Baturi ha però tenuto sottolineare che “non è sovrapponibile all’utero in affitto: recenti statistiche sottolineano che gran parte di queste pratiche riguardano coppie eterosessuali”. Quello della trascrizioni anagrafiche dei figli delle famiglie arcobaleno si tratta, che non era all’agenda del consiglio permanente, si tratta, ha sottolineato l’arcivescovo di Cagliari, di “un problema delicato”, che “non compete immediatamente alla responsabilità” dei vescovi, ma “ciò che preoccupa è fare di cose così delicate motivi di propaganda con uso di slogan”, laddove invece “si tratta della necessità di approntare strumenti prudenti capaci di dare dignità alle persone”.

Convertire gli investimenti in armi in investimenti nella pace

Nel corso della conferenza stampa, monsignor Baturi ha toccato numerosi altri temi di attualità per la Chiesa o per la società italiana più in generale: dall’importanza, per la Cei, di “convertire gli investimenti per le armi in investimenti per la pace” al tema della denatalità, “indice non solo di situazioni economiche per le quali chiediamo l’intervento del Governo ma anche di una mentalità individualistica”. Dopo l’ampio ricorso agli strumenti digitali durante la pandemia, “è il momento di tornare a stringerci le mani e pregare insieme”, ha detto il segretario generale della Cei, che ha preannunciato che i vescovi “ricalibreranno” le indicazioni sulla partecipazione alla vita ecclesiale quando l’Organizzazione mondiale della sanità indicherà la fine ufficiale della pandemia. Quanto al percorso sinodale della Chiesa italiana, si sono fin qui registrate “alcune resistenze”, ha ammesso l’arcivescovo, sottolineando che, a differenza ad esempio di quanto avvenuto in Germania, il tema della benedizione delle coppie gay o quello del celibato “non sono emersi come temi dominanti nell’esperienza italiana”. Ma il sinodo voluto dal Papa sta facendo emergere “una varietà di approcci tale per cui è difficile ridurre tutto a unico paradigma come quello tedesco o quello italiano”. La Cei, infine, punta a pubblicare a novembre prossimo un secondo rapporto sugli abusi sessuali nella Chiesa italiana, mentre prosegue la collaborazione con il dicastero vaticano per la Dottrina della fede per rendere “operativa” l’elaborazione dei dati storici dei processi canonici. Monsignor Baturi si è complimentato con un suo predecessore, monsignor Mariano Crociata, eletto ieri nuovo presidente della Comece (Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea) a conclusione del mandato del cardinale lussemburghese Jean-Claude Hollerich.



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[email protected] (Redazione Repubblica.it) , 2023-03-23 12:09:56 ,www.repubblica.it

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