Poker Face è letteralmente tutto sbagliato

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“No he can’t read my poker face”, cantava Lady Gaga in una sua famosa canzone, e in effetti chi vi scrive, questo Poker Face non sapeva proprio come leggerlo.

Certo c’è Russell Crowe, qui alla sua seconda esperienza da regista, a cui si vuole sempre bene (specialmente noi romani), ma considerando che la vicenda del film è quella di un imbattibile giocatore di poker che decide di risolvere tutte le questioni rimaste in sospeso prima della sua imminente morte con un’ultima partita con gli amici di sempre, è normale temere di non sapere esattamente come approcciarsi a questo film, se considerate che tutta l’esperienza del sottoscritto con i giochi di carte si limita agli album dei Pokémon mai completati e alle partite a Uno tra cugini nelle sere di Capodanno.

Sarà necessario conoscere le regole del gioco per godersi davvero il film?

Un giocatore di poker sarà in grado di cogliere chiavi di lettura di cui un profano non potrebbe accorgersi?

La canzone di Lady Gaga sarà nella colonna sonora?

Queste, e molte altre domande affollavano la mente di chi vi scrive, ma in fondo sappiamo tutti che l’unico modo per approcciarsi ad un film, è semplicemente guardarlo e farsi la propria idea, indipendentemente dalle conoscenze pregresse che chiunque possa avere.

Ed è per questo che ora, a film finito, il sottoscritto può confermarvi che non importa che voi conosciate o meno il poker: la maniera migliore per guardare Poker Face, è non guardarlo affatto.

Chi vuol essere milionario?

Che un film tratti di giochi di carte, programmi televisivi o di lenti per occhiali, la prima regola di qualunque lungometraggio è di dare un’impostazione ben precisa al racconto, dargli dei toni con i quali restare coerente fino alla fine di una storia che sia coesa e sensata. È una regola semplice e inequivocabile, eppure Poker Face riesce egregiamente a violarla.

I toni del film risultano fin da subito incoerenti: si passa da un’impostazione tutto sommato realistica a soluzioni narrative ai limiti del fantascientifico, dal thriller psicologico all’azione violenta, per poi chiudere il tutto con un finale fin troppo alla “volemose bene” per il tipo di storia raccontataci fino a quel punto.

Ma ancor più debole dei toni è la trama: già di per sé povera e scarna, si sviluppa decisamente troppo in fretta e in maniera confusionaria e delirante, tanto che più che un intreccio, quello presentatoci da Crowe pare un insieme di situazioni sconnesse messe insieme senza alcun criterio per arrivare fino a un’ora e mezza di film.

La sensazione generale è che l’intero film sia una gigantesca occasione sprecata: se l’intera pellicola si fosse basata sulla partita di poker, se avesse rinunciato all’azione e avesse scelto di puntare esclusivamente sulla costruzione della tensione, sulle performance degli attori e sulle rivelazioni graduali sarebbe stato tutto molto più interessante. Certo non sarebbe stato l’apice dell’originalità, ma sarebbe stata una buona occasione per realizzare qualcosa di personale, riflessivo, magari con una buona impostazione teatrale.

Ma questo non è abbastanza entusiasmante per Crowe, che decide di infarcire l’esiguo minutaggio con migliaia di elementi eterogenei senza svilupparli adeguatamente, e senza che questi risultino amalgamati nella trama: una diagnosi di cancro terminale, un santone, un siero della verità che in dosi eccessive può risultare letale, una società multimiliardaria che non si vede neanche, una corsa ad alta velocità e una banda di ladri.

Questa è solo una parte della quantità abnorme di elementi che vanno ad affollare un’ora e mezza scarsa di film.

La sensazione generale è che l’attore e regista sentisse il bisogno di trasmettere un certo tipo di sensazione e di morale, che nella sua testa frullasse quanto meno l’abbozzo di un progetto, ma che poi, preso dall’entusiasmo avesse deciso di concretizzarlo prima che questo avesse realmente preso forma, e che qualunque cosa volesse comunicare sia andata a perdersi tra personaggi mai realmente sviluppati e azione forzata.

Indovina chi viene alla partita

E proprio qui sta l’altro grande punto debole del film, i personaggi.

Aldilà di alcune scelte di casting particolarmente infelici (il tentativo di far passare Liam Hemsworth per coetaneo di Crowe risulta a dir poco grottesco), semplicemente non funzionano.

La natura delirante della storia (non) costruita dal film va a contagiare anche i suoi protagonisti, per cui non si capisce mai fino in fondo se voglia raccontare la drammatica storia di un’amicizia stretta ma travagliata o trattare la falsità dei rapporti sociali, ma che Crowe volesse fare il cinico o il romantico non cambia il fatto che affezionarsi a questi personaggi sia letteralmente impossibile, così come è impossibile avere una reazione diversa dalla più totale indifferenza nell’assistere alla loro storia.

E no, non è il semplice fatto che si tratti di personaggi negativi, che nel migliore dei casi sono alcolizzati, fedifraghi, traditori o manipolatori (non necessariamente in quest’ordine), è proprio che questi protagonisti risultano tremendamente falsi, così come falsa risulta la loro amicizia: fin dalle primissime scene, che ci mostrano la loro infanzia, sembra che si detestino, e quando poi li rivediamo adulti la situazione non cambia, e non solo perché interpretati da attori che sembrano selezionati apposta per essere il più possibile diversi dalle loro controparti bambine, ma anche perché il film non perde nemmeno tempo a svilupparli che subito ci rivela gli scheletri nell’armadio di ognuno di loro nella maniera più didascalica possibile, quasi come se uccidere sul nascere qualunque tipo suspance e di interesse che potesse provare lo spettatore nei loro confronti fosse precisa intenzione di Crowe.

E giusto per chiudere in bellezza, questo tristissimo quadretto è completato da uno dei più imbarazzanti trittici di antagonisti che si siano mai visti: lo sgherro generico, lo sgherro che si improvvisa Alberto Angela descrivendo accuratamente delle opere d’arte nell’atto di rubarle, e il clone di Mel Gibson sotto crack che ce l’ha con Russell Crowe perché da ragazzino lo ha sconfitto a poker.

Insomma, come avrete ormai ampiamente capito, Poker Face è un fallimento su tutta la linea: un progetto pensato male ed eseguito ancora peggio, che cerca di raccontare una storia senza che questa sia definita nella mente del suo stesso autore, di spacciare per complessi personaggi vuoti, di far passare un messaggio senza aver presente quale, e che soprattutto, col poker non ha niente a che fare.

Chi vi scrive vi sconsiglia dunque vivamente la visione, a meno che voi e i vostri amici non sappiate come concludere una serata e siate disposti a perdere un’ora e trenta a guardare un film orribile per il puro gusto di insultarlo: tanto è impossibile che le vostre amicizie siano scritte peggio di questa.

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di Ivan Guidi
www.2duerighe.com
2022-11-28 07:35:13 ,

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