Sick of myself ci parla di quel narcisismo patologico che si consuma sui social

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Sick of myself è la perla dissacratoria diretta dal regista norvegese Kristoffer Borgli e presentata in anteprima nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2022.

In qualche scena ci ricorda un body horror firmato da Cronenberg, ma qui l’ossessione ha i toni della commedia nera e arriva dal Nord Europa.

Quando il suo ragazzo, un artista, comincia a sottrarle la scena, una giovane ragazza decide di assumere un farmaco nocivo, pur di tornare al centro dell’attenzione.

Inizia così un circolo vizioso e letale.

Sick of myself ci parla di quel narcisismo patologico che si consuma sui social

L’ossessione e l’incessante ricerca di attenzioni

In primo piano troviamo una coppia disfunzionale: da una parte c’è Signe, una barista che parla solo di sé stessa, spesso dicendo bugie, con un irrefrenabile bisogno di trovarsi al centro dell’attenzione; dall’altra c’è Thomas, ossessionato dal successo e dall’auto-celebrazione, che nel riadattare utensili da lui stesso rubati, ha trovato una forma d’arte molto apprezzata.

Una competizione che lascerà solo vinti.

L’obiettivo della ragazza è suscitare la compassione di tutte le persone che le stanno accanto.

Un narcisismo patologico che spinge Signe a trovare sul web un farmaco dagli spaventosi effetti collaterali, il Lidexol, che porta a una malattia della pelle e a una lenta deturpazione del volto.

Un montaggio brillante e al tempo stesso irritante, con tagli netti tra le scene, ci mostra immagini da body horror, esaltando la continuità di un comportamento che diventa sempre più folle.

L’obiettivo è ottenere l’attenzione altrui.

La protagonista concentra tutti i suoi tratti patologici in un’ossessione per la menzogna e l’autocommiserazione, al fine di suscitare la compassione delle persone attorno a lei e attirare l’attenzione su di sé.

Ogni momento si trasforma in un potenziale palcoscenico per mettersi in primo piano. Il desiderio narcisistico, infatti, la induce a fingere di avere una rara patologia incurabile, solo per ottenere l’attenzione degli altri e sperare di diventare famosa come ritiene di meritare.

Social ed esposizione della malattia

L’inclinazione a patologizzare l’esperienza umana è al centro del nostro attuale contesto, soprattutto dal punto di vista psicologico. Ciò si manifesta spesso attraverso l’autodiagnosi di vari disturbi, l’utilizzo del vocabolario psicologico come una moda sociale o la percezione di qualsiasi emozione negativa come una condizione patologica grave.

Succede spesso su TikTok che molti adolescenti si auto-diagnostichino disturbi mentali e ne parlino con superficialità, con il solo fine di ottenere visualizzazione e diventare famosi.

Questo atteggiamento coinvolge tutte le piattaforme social, dove il concetto di trauma e, in generale, quello di vittima ideale sono stati promossi a strumenti per ottenere attenzione.

Non si fa riferimento alle vere vittime, ma piuttosto alla trasformazione dell’immagine stessa della vittima in uno status che permette di evitare la critica e l’autocritica, di incassare autorità morale e di posizionarsi al di sopra del flusso costante di contenuti che consumiamo passivamente ogni giorno.

Un modo per sentirsi ascoltati e, soprattutto, per raggiungere una sorta di notorietà, misurata in termini di follow e like.

In questo modo non solo si impoveriscono le relazioni dalle intrinseche complessità, ma si riduce anche la capacità di affrontare e apprezzare le differenze, secondo una concezione che privilegia la sofferenza come riprova di esistenza, fino ad ammalarsi davvero di sé stessi.

Proprio come accade tra Signe e il fidanzato, Thomas, il cui rapporto diventa una gara a chi riesce a mantenere più a lungo su di sé gli occhi degli altri.

Un film che crea dibattito

Borgli realizza un film sarcastico, spietato e senza speranza.

L’umorismo crudo e cinico, tipico del dark humor che spesso emerge nel cinema scandinavo degli ultimi anni(come succede nel cinema di Östlund, in cui viene criticato il mondo della moda e dell’alta borghesia) trova un contrappeso in una regia distante, che si mostra eccessivamente giudicante e rilascia giudizi morali senza alcuna traccia di compassione.

Borgli confeziona un film volutamente respingente, per alcuni versi irritante, che non ha paura di spiazzare lo spettatore.

L’elemento grottesco è una pura provocazione, che mira a scandalizzare e a far riflettere sul tema.

Il senso di pietà si manifesta solo nell’ultima scena, in modo ambiguo, attraverso un toccante e banale inno alla vita, pronunciato dalla stessa persona che ha contribuito a causare la propria malattia.

Sick of myself rifiuta qualsiasi etichetta, ci conquista con un riso sardonico per poi sfidare l’estetica del mainstream.

Intrigante e non per tutti, ma certamente audace!

Sick of myself ci parla di quel narcisismo patologico che si consuma sui social

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di Veronica Cirigliano
www.2duerighe.com
2023-10-31 09:00:00 ,

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