Smart working, che fine ha fatto in Italia? | Wired Italia

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I dati – sottolinea Fadda – non fanno emergere quel cambio di paradigma lavorativo che la pandemia sembrava aver innescato, almeno nel nostro paese. È come se durante quel periodo avessimo vissuto in ‘una grande bolla’ e il ritorno alla normalità stesse vanificando le potenzialità del lavoro a distanza, a causa di una ridotta capacità di introdurre radicali innovazioni nell’organizzazione del lavoro che preveda una combinazione di fasi di lavoro da remoto con fasi di lavoro in presenza”.

I numeri europei

I numeri europei sullo smart working giustificano pienamente la sottolineatura di Fadda. Nel 2019 solo il 14,6% degli occupati in Europa lavorava abitualmente da remoto, con uno scenario che presentava peraltro palesi differenze da paese a paese: in Olanda, già all’epoca erano quasi due su cinque i lavoratori abituati a svolgere alcune mansioni da dimora.

Nelle nazioni che già prima della pandemia presentavano valori superiori alla media europea, il dilagare del covid ha accelerato un processo che ha portato nei due anni successivi un trend di crescita notevole della percentuale dei telelavoratori. In particolare, dati importanti in questo senso li hanno fatti rilevare Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Finlandia, Danimarca, Francia, Estonia, Malta e Portogallo.

L’Italia, che già quattro anni fa aveva fatto registrare percentuali di più basse rispetto alla media continentale, aveva visto aumentare sensibilmente i propri valori nel corso dell’emergenza sanitaria, per poi vivere però un percorso molto più lento: secondo i dati europei Labour Force Survey (Lfs), si è passati dal 4,8% del 2019 al 13,7% del 2020 e al 14,9% del 2021. Percentuali che scendono e toccano rispettivamente l’1,7%, il 12,1% e il 13,8% tra i dipendenti.

Gli ultimi dati pubblicati da Inapp riguardano invece la percezione di alcuni vantaggi e svantaggi dello smart working. In particolare, gli uomini apprezzerebbero di più la maggiore autonomia a esso legato, mentre le donne mostrerebbero preoccupazioni in merito alle prospettive di carriera (50,9%), ai diritti e alle tutele sindacali (52,8%) e al maggiore controllo da parte del datore di lavoro (53,3%).



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di www.wired.it 2023-05-01 07:30:00 ,

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