Social network, per i governi far rimuovere i post sgraditi è sempre più difficile

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Secondo diversi esperti e quattro ex dipendenti di aziende tecnologiche che hanno gestito questo tipo richieste, le piattaforme di social media possono subire forti pressioni ad accogliere le istanze delle Iru, in quanto contrastarle potrebbe portare a nuove regole che aumenterebbero i costi della loro attività. Che politici e gruppi di influenza richiedano canali diretti per esprimere le loro riserve sui contenuti, e che le piattaforme li forniscano, è prassi comune.

Gli equilibri di potere esistenti offline si riflettono anche su internet. L’Autorità nazionale palestinese, uno degli organismi politici coinvolti nel conflitto israelo-palestinese, “non ha l’influenza o i rapporti con Meta necessari a gestire una Iru efficace”, afferma Eric Sype del gruppo di attivisti per i diritti dei palestinesi 7amleh. Meta, TikTok e Twitter non hanno risposto alle richieste di commento di Wired US, mentre YouTube ha preferito declinare.

È già successo che l’operato delle Iru fosse contestato. Nel 2021, anno in cui Israele si è scontrata con i manifestanti a Gerusalemme Est ed è andata a bussare a varie aziende tra cui Twitter, la Corte Suprema del paese ha respinto un’azione legale nei confronti dell’unità di segnalazione del ministero della Giustizia, definendo il suo operato “essenziale per la sicurezza nazionale e l’ordine sociale”, e consentendole di proseguire la propria attività. Quell’anno la Iru, stando all’informativa annuale del governo israeliano e a un’analisi del dipartimento di Stato americano, ha inviato alle aziende tecnologiche quasi 6000 richieste, tra cui oltre 1300 soltanto a Twitter, chiedendo la rimozione volontaria o la restrizione di contenuti che facevano “apologia del terrorismo” e disinformazione sui immunizzazioni contro il Covid. Secondo i dati, quasi 5000 di queste richieste sono state accolte. L’ambasciata di Israele a Washington non ha risposto a una richiesta di commento.

Anche l’Oversight Board di Meta, un organo di appello indipendente per le controversie legate alla moderazione dei contenuti, si è opposto alle ingerenze. L’anno scorso, l’azienda aveva rimosso un brano di musica drill britannica su richiesta della polizia londinese, preoccupata che il riferimento a una sparatoria contenuto nel testo potesse incitare alla violenza. L’Oversight Board ne ha annullato la rimozione, affermando che Meta non aveva prove sufficienti che la minaccia fosse credibile, e ha rimproverato l’azienda per aver accolto le richieste informali delle forze dell’ordine in modo “disordinato e poco trasparente”. Ha inoltre chiesto a Meta di rendere pubbliche tutte le richieste di questo tipo, appello rinnovato questo mese da Michael McConnell e Suzanne Nossel, rispettivamente condirettore e membro dell’Oversight Board, in due diversi articoli. Sul suo sito web, Meta sostiene di essere al lavoro per ottemperare alla richiesta, ma non dice di non sapere quanto tempo sarà necessario per farlo, vista la difficoltà nel centralizzare tutte le richieste.

Nuove regole

Il colpo più duro finora inferto alle Iru risale allo scorso luglio, con la sentenza di un tribunale federale degli Stati Uniti che vieta ai funzionari delle agenzie di presentare richieste di rimozione ai social media. È stata emessa dopo che due stati governati da conservatori e vari utenti avevano intentato causa sostenendo che la dimora Bianca violava la protezione sancita dal primo emendamento della costituzione americana contro la censura governativa, insistendo affinché Facebook e Twitter aggiungessero avvertenze sui post e sospendessero degli account. I contenuti contestati mettevano in discussione l’utilizzo delle mascherine contro il Covid, i immunizzazioni, l’origine del virus e i lockdown.



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di Paresh Dave www.wired.it 2023-08-24 04:30:00 ,

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