Stonehenge: no, non era un calendario solare. Lo spiega uno studio

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Millenni di storia e il suo fascino non accenna a diminuire. Parliamo di Stonehenge, il famoso sito che si trova nel sud dell’Inghilterra, nella contea dello Wiltshire, e che risale al periodo Neolitico. Riconosciuto nel 1986 dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, la funzione originaria di Stonehenge continua ad essere argomento di dibattito fra gli esperti di archeoastronomia – una branca della scienza che combina archeologia e astronomia per indagare sulle conoscenze astronomiche dei nostri antenati. Una recentissima pubblicazione, firmata da Giulio Magli del Politecnico di Milano e da Juan Antonio Belmonte del Instituto de Astrofísica de Canarias e Universidad de La Laguna di Tenerife, smentisce la teoria secondo cui questa costruzione svolgeva il ruolo di calendario solare e gli attribuisce invece un significato legato al collegamento fra la vita ultraterrena e il solstizio d’inverno.

I conti non tornano 

Lo scorso anno era stato pubblicato un articolo, sempre sulla rivista scientifica Antiquity, col quale veniva proposto che Stonehenge fungesse da vero e proprio calendario per l’anno solare che conosciamo oggi, ovvero composto da 356 giorni. Per essere più precisi, da 365,25 giorni suddivisi in 12 mesi, ciascuno costituito da 30 giorni più i cinque che servono per allineare la durata del nostro calendario con l’effettiva durata dell’anno solare. Anche l’anno bisestile, quello ricorrente ogni quattro e che ha conta 29 giorni anziché 28 nel mese di febbraio, come sappiamo svolge la stessa funzione. 

Ma secondo i due autori della recente pubblicazione, non abbiamo prove del fatto che tutti questi dettagli astronomici fossero noti già all’epoca della costruzione di Stonehenge. Secondo loro, infatti, attribuire alla costruzione la funzione di calendario sarebbe frutto di un’interpretazione forzata per diverse ragioni. La prima riguarda il fatto che le enormi pietre che compongono Stonehenge non sono in grado di rilevare con sufficiente accuratezza i piccoli spostamenti del Sole lungo l’orizzonte specialmente nei giorni prossimi al solstizio, nonostante l’allineamento di quest’ultimo (sia di quello invernale che di quello estivo) risulti corretto. La seconda ragione è che non si ritrova in nessun elemento di Stonehenge il numero 12, corrispondente al numero dei mesi nell’anno solare. Né si trovano elementi che possano ricondurre all’esistenza dell’anno bisestile.

Un luogo di connessione

L’erronea interpretazione potrebbe derivare dal fatto che, come dicevamo, questa affascinante costruzione rileva correttamente sia l’alba del solstizio d’estate che il tramonto del solstizio d’inverno. Questo secondo gli autori ha sì a che fare con l’interesse da parte dei suoi costruttori per il ciclo solare, ma in un’ottica di connessione tra vita ultraterrena e solstizio d’inverno, com’era usanza credere nelle società neolitiche. “Tutto sommato – riportano Magli e Belmonte – il presunto calendario solare neolitico di Stonehenge si è dimostrato un costrutto puramente moderno, le cui basi archeoastronomiche e calendariali sono scarse. Come più volte accaduto in passato, ad esempio per le affermazioni (dimostrate insostenibili dalla ricerca moderna) che Stonehenge fosse usata per predire le eclissi, il monumento torna al suo ruolo di testimone silenzioso del paesaggio sacro dei suoi costruttori, ruolo che non toglie nulla al suo straordinario fascino”.



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di Sara Carmignani www.wired.it 2023-03-23 14:58:29 ,

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