Cairo sentito dai pm quattro ore sulla foto di Berlusconi con il boss

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Per quattro ore, mercoledì pomeriggio, l’editore Urbano Cairo ha risposto alle domande dei magistrati della procura antimafia di Firenze che lo hanno convocato come testimone. L’inchiesta per la quale è stato convocato riguarda la foto che Salvatore Baiardo, il tuttofare dei boss Graviano, avrebbe mostrato al giornalista Massimo Giletti, e in cui ci sarebbero stati Silvio Berlusconi, il mafioso Giuseppe Graviano e il generale Francesco Delfino.

Il conduttore de La7, sentito in tre occasioni dai pubblici ministeri, ha detto di aver riconosciuto Berlusconi nell’immagine che gli era stata mostrata. La coincidenza vuole che mentre Giletti provava ad ottenere la foto dal favoreggiatore del boss e nel frattempo avviare una trasmissione proprio su questi temi di mafia, Cairo ha chiuso il programma televisivo. Il procuratore facente funzioni Luca Turco, e l’aggiunto Luca Tescaroli, si sono soffermati in particolare su questi punti, per capire da Cairo se era a conoscenza dell’esistenza di quella foto. E il motivo per il quale avrebbe chiesto a Giletti di andare a parlare con Berlusconi, richiesta che il giornalista non avrebbe però assecondato. Più in generale, le domande si sono concentrate sulla catena di eventi che ha portato all’improvvisa sospensione del programma televisivo.

Cairo, presidente e ad di Rcs Media Group e presidente di Cairo Communications (società di cui fa parte La7), era già stato convocato nelle scorse settimane, ma aveva opposto un impegno improcrastinabile alla data fissata concordando un nuovo appuntamento.

Mercoledì si è presentato negli uffici della procura fiorentina accompagnato da due avvocati, ai quali però non è stato consentito di assistere alla deposizione perché l’editore, in questo momento, è un testimone e le sue dichiarazioni sono state raccolte in un verbale a sommarie informazioni. Massimo il riserbo sulle risposte date da Cairo, cui seguiranno ora gli accertamenti del caso.

Sul caso Baiardo, intanto, Proseguono le indagini. Gli inquirenti, che ne avevano chiesto (ma non ottenuto) l’arresto per calunnia e favoreggiamento, hanno presentato opposizione rinnovando la richiesta di misura cautelare (l’udienza è fissata il 14 luglio), depositando altre migliaia di pagine di documenti. Secondo la ricostruzione dei pm fiorentini, titolari dell’inchiesta sui mandanti occulti degli attentati del ‘93, il fiancheggiatore dei Graviano si sarebbe speso in favore di Berlusconi e Dell’Utri, arrivando a screditare i collaboratori di giustizia che nell’inchiesta sulle stragi avevano fatto riferimento ai due politici.

Tra le altre cose sarebbe stato creato un alibi — falso secondo le accuse — che colloca Graviano il 19 luglio 1992 ad Omegna: Baiardo avrebbe inoltre fornito false indicazioni sui veri motivi dell’incontro avuto il 14 febbraio 2011 con Paolo Berlusconi, fratello del Cavaliere. A verbale aveva detto: «Dopo aver cercato di contattare Silvio Berlusconi, mi sono rivolto a Paolo Berlusconi, l’incontro è avvenuto il giorno di San Valentino». Per poi aggiungere: «Conoscevo già Paolo Berlusconi, perché lo avevo incontrato all’Hotel Quark a Milano dove avevo accompagnato una o due volte nel 1992 Giuseppe Graviano; compresi dal primo incontro cui ho assistito, che i due Berlusconi e Giuseppe Graviano già si conoscevano, e ricordo che Graviano si è presentato con il proprio nome».

La condotta di Baiardo, sintetizzano i pm, «non risulta permeata da una finalità truffaldina nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri», indicati invece nella ricostruzione come «i soggetti agevolati».



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[email protected] (Redazione Repubblica.it) , 2023-06-29 23:00:00 ,firenze.repubblica.it

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