La rivoluzione è donna. Zapatiste in lotta per i diritti delle escluse

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All’alba dell’8 marzo si vedevano solo gli occhi delle Mujeres que Luchan. Migliaia di donne che lottano con il volto coperto da un cappello di lana o da un lembo di stoffa, perché ciò che importa non è chi, ma la rivoluzione. L’intenzione di cambiare un sistema, il capitalismo, che dello scontro tra sfruttati e sfruttatori fa il motore del progresso. Tra le montagne del Chiapas, a El Caracol de Morelia, nel 2018, c’è stato il Primo incontro internazionale delle donne, organizzato dalle zapatiste. Erano più di 8 mila e provenivano da ogni parte del mondo. Scienziate, maestre, studentesse, artiste, dirigenti, contadine, indigene, compañeras, unite nella ribellione contro un ideale di sviluppo che vuole le donne vittime, come se il genere potesse essere un crimine per cui dare condanna. «Ho vissuto il disprezzo, l’umiliazione, le derisioni, le violenze, i colpi, le decessi perché sono donna, indigena, povera e zapatista», ha detto dal palco l’insurgente Erika, una voce che le rappresenta tutte nella loro diversità, di età, storie e lingue. Donne che quel giorno hanno esteso l’accordo, già presente nel pensiero zapatista, per condurre insieme la battaglia contro chi persegue solo il profitto anche a scapito del pianeta, ognuna secondo i suoi modi, mezzi e possibilità.

Un accordo di cui María de Jesús Patricio Martínez, conosciuta come Marichuy, si era già fatta portavoce nazionale, prima donna indigena candidata alle presidenziali in Messico del 2018. La “vocera” del Consiglio indigeno di governo che con le sue parole ha mostrato che non è tardi per ripensare l’organizzazione sociale. «Se la distruzione e la morte sono il progresso, allora noi siamo contro», dice la voce fuori campo di Marichuy nei primi minuti del documentario visibile su Netflix, diretto da Luciana Kaplan. La proposta zapatista non è la riproposizione di una società comunista in chiave contemporanea e neppure la rivendicazione di indipendenza degli emarginati, è una modalità diversa attraverso cui intendere la collettività e gli individui, modellata sull’affermazione d’identità dei popoli indigeni che non chiedono distacco ma inclusione, e che rappresentano gli ultimi del Chiapas, come del resto del mondo. Le donne sono vittime, ancora più degli uomini, dell’oppressione capitalista che, per la sua impostazione patriarcale «come un giudice decreta che siamo colpevoli di essere donne e pertanto la nostra punizione deve essere violenza, morte o sparizione». Anche per contrastare le discriminazioni quotidiane e per dimostrare che esiste un altro modo di essere donna, le zapatiste hanno lasciato le loro case e preso il coraggio, e quando necessario le armi, per assumere ruoli di primo piano nell’esercito e nella lotta.

Come spiega Raffaele Crocco, direttore di “Atlante delle guerre”, che era a San Cristóbal de Las Casas il primo gennaio 1994, quando l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) occupò la città, «la loro visione era già ampia, libertaria, attenta ai diritti civili, all’ambiente, aperta a forme di economia differente. Il pensiero zapatista ha avuto il merito di rivelare che esiste un’alternativa all’egemonia del libero mercato. E lo ha fatto negli anni in cui il neoliberismo sembrava l’unico modello vincente, l’Unione Sovietica era crollata, gli Stati Uniti apparivano come i padroni». L’Ezln ha invitato alla riflessione, ha riacceso la miccia del fronte d’opposizione al pensiero dominante e ha stimolato la rinascita dei movimenti antagonisti in Europa e Nord America, come i no global e i pacifisti. Crocco incontrò il subcomandante Marcos proprio la notte del primo gennaio. Aveva il passamontagna e la pipa tra i denti, era il portavoce dell’Ezln. Poco dopo, dalla piazza principale della città, avrebbe dichiarato guerra al governo del Messico. Una data non casuale che coincideva con l’entrata in vigore del Nafta, il trattato di libero scambio commerciale tra Usa, Canada e Messico, che avrebbe costretto gli indigeni a vendere le terre, concretizzazione del neoliberismo a cui gli zapatisti si oppongono.
 

Lo scontro tra l’Ezln e governo messicano sarebbe potuto finire anni fa, con gli accordi di San Andrès, un’intesa di pace per cui l’autonomia e il rispetto dei diritti politici, giurisdizionali e culturali degli indigeni sarebbero dovuti entrare nella Costituzione. Ma non è accaduto. Zedillo, l’allora presidente messicano, e tutti i successivi leader infransero gli accordi firmati. Così il conflitto è diventato una guerra a bassa intensità tra il governo, i gruppi paramilitari supportati dal governo che alimenta le divisioni e le disparità tra le fasce più basse della cittadinanza, e gli zapatisti, sottile e silente con picchi acuti di violenza come la strage di Acteal del 1997. Morirono 45 persone per l’incursione di una milizia paramilitare e tante furono quelle che per paura abbandonarono il comune di Chenalhó (dove si trova il villaggio di Acteal), risultato della strategia governativa che isola e terrorizza le comunità che, però, non si sono arrese.

«Ci leviamo in armi per essere ascoltate, perché la nostra vita era il silenzio, l’oblio». Così dissero le donne del Chiapas quella notte del primo gennaio 1994, quando l’Ezln irruppe sulla scena internazionale. Quando la Mayor insurgente Ana Maria guidava la presa di San Cristóbal de Las Casas. Scese tra la nebbia dalle montagne a capo di una milizia di circa mille persone, circondò il municipio, strappò la bandiera che sventolava sopra il palazzo e la consegnò alla comandante Ramona, volto (coperto) dell’Ezln insieme a quello di Marcos, oggi subcomandante Galeano. Ramona, sebbene malata e minuta, è stata protagonista delle più importanti battaglie dell’esercito zapatista. Grazie al suo lavoro e a quello di tante altre che si sono fatte portavoce della volontà di cambiamento delle popolazioni indigene, è stata redatta la legge rivoluzionaria delle donne. Dieci punti che sottolineano la libertà, l’indipendenza e la centralità della donna per il pensiero e nella lotta dell’Ezln, fin dal 1993. «La legge è stata un investimento sul futuro che oggi è realtà in tutte le comunità», spiega Andrea Cegna autore di “20 zln” e “Por la vida y la libertad”. «All’interno delle giunte di buon governo, l’autorità politica e sociale che governa le zone d’influenza zapatista, c’è parità tra i sessi e le donne svolgono ruoli di primo piano e responsabilità».

Dal 2003 gli zapatisti hanno istituzionalizzato la loro presenza sul campo, lasciato le armi se non come difesa, e inaugurato un nuovo modo di costruire la società: hanno dato vita ai caracoles, nuove forme di autogoverno, reti di solidarietà tra municipi che propongono un modello alternativo di partecipazione alla vita politica. A cui il governo del Chiapas ha risposto «non solo sostenendo le bande di narcotrafficanti, ma incoraggiando e finanziando gruppi paramilitari come quelli che attaccano continuamente le comunità», si legge nel comunicato dell’Ezln dello scorso settembre. Ma senza ottenere i risultati sperati. «Fino al 2019 i caracoles erano 5, ora sono 12 per rispondere all’esigenza di includere nuovi territori nello spazio di resistenza zapatista. I caracoles sono le sedi della giunta di buon governo che accoglie i rappresentati dei municipi che a loro volta raccolgono i diversi villaggi. Un po’ come da noi che ci organizziamo in province e regioni ma dove chi ha ruoli rappresentativi esegue ciò che viene deciso dalle assemblee comunitarie», chiarisce Cegna. Zone con scuole, ospedali, amministrazioni autonome rispetto al governo messicano, che hanno consentito alle donne l’accesso all’istruzione, alla sanità, all’indipendenza economica.
 

Perché, proprio come disse la comandante Esther, a Città del Messico, l’undici marzo del 2001, davanti a migliaia di persone arrivate a piedi dopo 16 giorni e più di tremila chilometri, dalle montagne del Chiapas fino alla capitale, per rivendicare i propri diritti, il malgoverno messicano non fa caso al dolore delle donne, «ci hanno trattato come oggetti e non ci hanno considerato esseri umani […] ma ora noi, le donne zapatiste, siamo organizzate, nella nostra organizzazione occupiamo incarichi con un alto grado di responsabilità e autorità. Per cui non veniamo in ginocchio né ad implorare né ad essere biasimate, non vogliamo negozietti, auto né televisione, vogliamo che venga riconosciuto il nostro diritto come indigene e come donne».

Le zapatiste si sono ribellate all’ordine esistente e così hanno costruito nuove relazioni nella comunità e con il potere dominante. Parlano al mondo con il volto coperto per aprire un altro orizzonte di visibilità: affinché sia la loro parola collettiva a rivendicare un mondo in cui i diritti e l’identità vengano riconosciuti a ogni persona, senza creare conflitto, e in cui la terra è il mezzo per l’affermazione e il sostentamento. L’esempio delle zapatiste ha fatto sì che le indigene (e non solo) di tutto il mondo prendessero coscienza delle loro condizioni e cominciassero a uscire dalle case e dalle vite a cui erano abituate.
Una delegazione zapatista composta principalmente da donne «non solo perché intendono ricambiare l’abbraccio ricevuto nei precedenti incontri internazionali, ma anche e soprattutto perché noi uomini zapatisti sappiamo bene che siamo quello che siamo, e non siamo, grazie a loro, per loro e con loro» da qualche mese sta facendo il giro d’Europa. Sarà in Italia fino all’8 novembre.



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di Chiara Sgreccia
espresso.repubblica.it
2021-11-03 08:56:00 ,

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