Litio, l’idea per rendere sostenibile l’estrazione | Wired Italia

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Sulla carta, l’estrazione diretta del litio, abbreviata in Dle, è migliore sotto ogni punto di vista. Prevede l’utilizzo di macchinari dalle dimensioni relativamente contenute che aspirano l’acqua salata dal terreno e, attraverso dei filtri, selezionano il litio e lo separano dal resto della miscela. L’opposto dell’evaporazione, in sostanza. Gli impianti di Dle non occupano gli stessi vasti spazi degli stagni, sono più economici, riducono i consumi d’acqua dolce, accorciano la durata delle operazioni (giorni, anziché mesi) e migliorano la resa (il tasso di recupero stimato è dell’80 %), permettendo lo sfruttamento profittevole di giacimenti dalle basse concentrazioni di litio. La tecnologia di estrazione diretta deve tuttavia ancora dimostrare di essere fattibile e commercialmente valida su larga scala.

Il progetto della miniera di litio di Woflsberg

Si torna a scavare nel vecchio continente per aumentare la produzione interna dei metalli e dei minerali necessari alla transizione energetica. Le imprese australiane hanno fiutato il business, mentre Bruxelles spera di svincolarsi dalla dipendenza dalla Cina

Il contributo del petrolio e della geotermia

Le compagnie petrolifere, a partire dall’americana ExxonMobil, hanno già manifestato un certo interesse per la Dle. La decarbonizzazione impone loro quantomeno una diversificazione delle attività, ma faticano a riconvertirsi alla costruzione di parchi eolici e solari perché le società elettriche sono entrate nel mercato prima e meglio. L’estrazione del litio attraverso il pompaggio e il trattamento di liquidi, invece, si adatta bene alle loro aree di competenza. Anche perché la Dle si potrebbe applicare alle acque reflue dei campi petroliferi o alle acque salate nei progetti geotermici.

Secondo la società di consulenza Enverus, in una sezione del bacino Permiano degli Stati Uniti – è il più ricco campo petrolifero del pianeta, tra il Texas e il Nuovo Messico – le acque reflue associate alle trivellazioni di idrocarburi, e di solito re-iniettate sottoterra, potrebbero produrre 225.000 tonnellate di carbonato di litio all’anno. Nell’ovest del Canada, i giacimenti ormai esausti di greggio ospitano ancora depositi di litio in salamoia. In Europa, i principali tentativi di estrazione diretta del metallo – da siti geotermici, però – sono portati avanti da Vulcan Energy, un’azienda australiana, nella valle del Reno (tra Germania e Francia) e in Italia (vicino Roma, in collaborazione con Enel).

Una filiera europea e nordamericana del litio piacerebbe sia ai governi che alle case automobilistiche: i primi vogliono emanciparsi dalla Cina per non essere esposti a ricatti e ritorsioni; le seconde vogliono avere più controllo sui flussi di materia prima – e infatti Stellantis, proprietaria del marchio Fiat, è azionista di peso di Vulcan Energy – per evitare di finire coinvolte nelle tensioni internazionali.

Il problema di fondo è che le tecnologie di Dle sono complesse da sviluppare perché non sono standardizzabili. I sorbenti chimici che permettono di separare il litio dall’acqua salata cambiano a seconda delle caratteristiche delle formazioni geologiche in cui si trovano i depositi: un sorbente adatto a una salamoia può non andare bene per un’altra, insomma, perché le concentrazioni di magnesio o di potassio potrebbero variare. Un aiuto, tuttavia, può venire dalle grandi quantità di dati sui giacimenti petroliferi in possesso dell’industria oil & gas che semplificano la fase di studio dei sedimenti.



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di Marco Dell’Aguzzo www.wired.it 2023-08-05 05:00:00 ,

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