Montagne, perché sono sempre più a rischio

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Che succederà alle montagne e ai ghiacciai? acquazzone e neve sono in generale diminuzione, e le Alpi sembrano destinate a perdere i ghiacciai più grandi entro il prossimo mezzo secolo. Tutto per colpa del riscaldamento globale che colpisce le montagne con temperature straordinarie anche rispetto alla straordinarietà delle temperature stagionali. Per dare un’idea, è stato stimato che in Italia la temperatura crescerà di altri 2,5 gradi tra il 2020 e il 2050, e non è poco. Ma nello stesso periodo, in alcune aree dell’arco alpino si potrebbero registrare picchi di crescita di 5 gradi.

Succede perché l’Italia è situata in un hotspot climatico e soffre in particolare il surriscaldamento delle temperature, che crescono in modo ancora più acuto quando si sale (e si vive) in montagna. Tra le vette non manca solo la neve per la stagione invernale ma si registrano più incidenti durante quella estiva, quando il turismo spesso è irresponsabile e crea incidenti. Turismo in continua crescita e così andare a far vacanza in montagna diventa sempre più una scelta costosa, così come viverci. Per questo le comunità autoctone sono in cerca di nuove forme di sviluppo per l’economia locale.

Il futuro della montagna, e in particolare delle nostre Alpi, sono un mosaico complesso. Un’immagine che ritrae il pezzo più grande del nostro patrimonio paesaggistico e tutta la vita che contiene e attrae. Sui tanti aspetti che compongono il futuro delle montagne italiane, Wired ha intervistato Antonio Montani, presidente del Cai (Club alpino italiano). Partiamo da un punto inequivocabile: “La fusione dei ghiacciai è un fenomeno purtroppo irreversibile. Non solo il paesaggio dell’Adamello, ma quello dell’intero arco alpino sta cambiando. Tra mezzo secolo le Vedrette non ci saranno più e anche i maggiori ghiacciai alpini si saranno avviati all’estinzione. Una consapevolezza, come dice Montani, che non deve deresponsabilizzarci ma anzi ”ci ricorda l’urgenza di scelte forti”.

Il poco ghiaccio rimasto sul Gran Paradiso, a oltre 4.000 metri di altezza, in una foto di giugno 2023

Sono quelli che stanno fondendo più rapidamente in tutto l’arco alpino, calando del 13% in appena 10 anni. E l’estate del 2023 segna l’ennesimo colpo

Resistere agli eventi estremi

Come si risponde nell’immediato agli effetti degli eventi estremi? La montagna è teatro e origine di fenomeni atmosferici spesso improvvisi e inediti. È inevitabile che sia il soccorso medico che quello generale alpino deve organizzarsi. “In caso di eventi estremi in montagna interviene il Corpo nazionale del soccorso alpino, un organismo di eccellenza. Una struttura che le istituzioni devono sostenere, dotandola di mezzi adeguati (gli uomini sono volontari preparatissimi), anche in previsione di un aumento delle situazioni di crisi connesse al cambiamento climatico: dalle bombe d’acqua alle grandinate eccezionali, dalle tempeste di vento, fino ai crolli e alle valanghe”.

Il presidente ricorda anche l’app gratuita Georesq, creata dal Cai proprio per supportare il soccorso alpino. Il cambiamento climatico, come detto, minaccia anche la vita dei residenti da un punto di vista economico. Cambia la natura, cambia il territorio e le economie locali devono trovare nuove soluzioni, magari proiettate proprio a rendere circolari le imprese del luogo. Anche perché bisogna salvare l’economia montana senza perderne lo spirito, come si è ampiamente dibattuto al 101esimo Congresso nazionale del Cai che si è tenuto a Roma a novembre scorso. Insomma, in vetta non servono nuove strutture o mega progetti per impianti di risalita per immaginare crescita economica.

Ecco perché il Cai ha bocciato per esempio la pista di bob delle prossime Olimpiadi di Milano-Cortina: “Dopo aver analizzato costi e benefici dell’opera, il Cai si è opposto alla realizzazione della nuova pista di bob di Cortina. L’arco alpino e per altri versi quello appenninico, sono ambienti sempre più fragili. Anche in futuro, ogni volta che il sodalizio registrerà interventi dannosi per il capitale naturale che si è impegnato a tutelare, non esiterà a intervenire. Cambiare rotta si può, ma servono coerenza e determinazione”. Le proposte del Cai, su cosa si può fare in termini gestionali ed economici per salvare la vita delle comunità montane sono chiare: “Chiediamo alle istituzioni di fermare ulteriori dannosi consumi di suolo e dirottare le risorse pubbliche verso il drenaggio dello spopolamento montano che si combatte solo investendo sui servizi di qualità (trasporti, sanità, scuola), sugli incentivi ai residenti, sulla promozione di economie circolari locali a filiera corta“, dice il numero uno.

Soluzioni contro un turismo irresponsabile

In questi ultimi anni sono sempre più frequenti gli incidenti in vetta, anche mortali. Complice lo scioglimento dei ghiacciai ma soprattutto forme di turismo spesso arrangiate e davvero irresponsabili se si decide di fare anche solo un trekking montano. I motivi sono in qualche modo legati anche alla pandemia passata: “In questi anni ‘post Covid’ gli spazi naturali, e in particolare quelli montani, sono presi d’assalto da milioni di turisti alla ricerca di esperienze di “wilderness”, cioè di immersione, più o meno autentica, nella natura selvaggia. Se da un lato questa tendenza ha avvicinato moltissime persone alla montagna, e ciò è senz’altro positivo, dall’altro ha generato flussi che stanno mettendo in grande difficoltà i suoi delicati ecosistemi e minano la sicurezza degli stessi frequentatori. L’abbiamo visto anche quest’estate, quando in piena crisi idrica le rive dei laghi alpini, come Braies o il Sorapis, sembravano spiagge della Riviera. Ciò accade a causa dell’errata convinzione che le regole della pianura valgano anche in montagna: idea sicuramente amplificata dall’azione dei social”.



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di Gianluca Schinaia www.wired.it 2023-12-26 06:00:00 ,

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