Una fondazione per gli ospedali della Chiesa: il Papa frena la svendita ai privati

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Dopo aver rivoluzionato le istituzioni finanziarie e l’ordinamento giudiziario, nella lotta ai guasti interni è venuto il turno degli ordini religiosi, della sanità e dei movimenti carismatici. C’è un fronte di crisi variegato e interconnesso nel quale gli affari e la gestione del potere hanno sostituito da tempo la vocazione evangelica che portò nei secoli scorsi gli ordini ospedalieri a supplire in modo strutturale alle assenze delle istituzioni temporali nella cura degli infermi.

È il motivo per cui papa Francesco ha deciso di invertire una tendenza millenaria di sostanziale indipendenza gestionale delle strutture ospedaliere gestite dagli ordini religiosi dalla Santa Sede che, ciclicamente, interveniva per dirimere crisi aziendali e per gestire le criticità con gli enti locali. Una riforma divenuta operativa con la creazione della Fondazione per la sanità cattolica. Papa Francesco, come ha scritto nel suo chirografo del 29 settembre, ha voluto accogliere «la supplica che mi proviene da più parti di un intervento diretto della Santa Sede a sostegno e supporto degli enti canonici che operano con il solo scopo di migliorare la salute degli infermi e di alleviarne le sofferenze, anche con la collaborazione di benefattori che hanno particolarmente a cuore la sollecitudine della Chiesa verso i più fragili e bisognosi», istituendo la Fondazione che avrà il compito «ove ve ne siano le condizioni di offrire sostegno economico alle strutture sanitarie della Chiesa, perché sia conservato il carisma dei fondatori, l’inserimento all’interno della rete di analoghe e benemerite strutture della Chiesa e con ciò il loro scopo esclusivamente benefico secondo i dettami della dottrina sociale della Chiesa».

Contestualmente ha poi nominato presidente della nuova istituzione Nunzio Galantino e consiglieri di amministrazione Fabio Gasperini, Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù che diverrà presidente anche della nuova società di gestione della sanità vaticana, Sergio Alfieri, ordinario di Chirurgia all’università Cattolica, e Chiara Gibertoni, direttore generale del policlinico Sant’Orsola. Nomine che hanno una chiara valenza politica poiché Bergoglio ha incardinato gli ospedali e la sanità vaticana alla gestione del patrimonio apostolico di cui monsignor Galantino è presidente, inviando un messaggio di chiara discontinuità al mondo ecclesiastico e religioso, togliendo dal potenziale mercato immobiliare e sanitario gli asset più pregiati della Santa Sede, e incassando anche la donazione di 75 milioni di euro di Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, da tempo vicino al Santo Padre.

Per la Chiesa, discontinuità col passato significa anche frenare la disarticolazione del proprio patrimonio immobiliare e sanitario. Secondo l’ultimo rapporto del Centro di ricerche e studi in management sanitario (Cerismas) del 2018, le strutture sanitarie religiose rappresentano l’8,5 % delle strutture di ricovero accreditate censite dal ministero della Salute: 93 istituti, attivi in 16 regioni e 43 province, con una forte presenza (23 % dei posti letto totali) nel sottoinsieme costituito da 15 Irccs (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico) e due policlinici universitari. I professionisti impiegati sono 78 mila. Un dato che non va disgiunto dall’incidenza geografica, infatti le strutture ospedaliere operano soprattutto in zone dove lo Stato non può garantire dei livelli di assistenza sanitaria adeguati o, come nel caso del Bambino Gesù, rappresentano delle eccellenze riconosciute a livello mondiale.

L’ospedale Fatebenefratelli a Roma

 

Moltissimi di questi istituti non navigano in buone acque e l’emergenza Covid-19 ha accentuato i deficit di bilancio. Passivi imputabili alle gestioni degli ordini religiosi tra politiche occupazionali clientelari, disordine nei conti, affidamento dei crediti sanitari a entità talvolta fittizie fino alla scarsa capacità di resistere alla concorrenza degli ospedali privati. Non avendo obblighi di natura assistenziale, le cliniche del profit scelgono quali prestazioni erogare, prediligendo interventi più onerosi, e generando profitti che si riflettono sui costi del personale medico che matura stipendi ed indennità più redditizie.
Il caso più emblematico delle difficoltà che attraversano la sanità della Chiesa è rappresentato dall’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, che gestisce le strutture del Fatebenefratelli, rette da tre diverse amministrazioni: la Curia generalizia che controlla il nosocomio sull’Isola Tiberina; la Provincia Lombarda che deteneva il San Giuseppe a Milano, venduto al gruppo Multimedica che disdettò il contratto con i medici e vendette poi le mura all’Enpam, il Sant’Orsola a Brescia, venduto alla Fondazione Poliambulanza e subito chiuso, un piccolo nosocomio a Venezia, il San Raffaele Arcangelo, venduto, il Fatebenefratelli di Erba; e infine la Provincia romana, che risulta essere ben amministrata e che detiene la gestione degli ospedali di Napoli, Palermo, Benevento e il nosocomio romano Fatebenefratelli – Ospedale San Pietro. Proprio la Provincia romana, con un prestito da 40 milioni di euro, cercò di salvare dal fallimento l’Isola Tiberina. Soldi che molto probabilmente non vedrà mai più e che ora pesano sulla gestione, così come la mancata erogazione da parte della Regione Campania del 50 % del rinnovo contrattuale del comparto non medico.

Una frammentazione invisa a Papa Francesco che riconduce a questo il rischio di un indebolimento dell’interesse a mantenere il profilo pubblico della sanità cattolica, favorendo la vendita ai privati. Come in Lombardia, dove, grazie allo schema sanitario adottato da Roberto Formigoni e ancora in auge, liberalizzando l’erogazione delle prestazioni di ricovero e accreditando tutta l’offerta ospedaliera privata, i bilanci di alcuni gruppi sono cresciuti a dismisura, consentendogli di giocare a risiko con i nosocomi religiosi, acquistandoli talvolta anche solo per chiuderli.

Il quadro è quello di un mercato sbilanciato nel quale chi meno offre in termini di policy sanitaria pubblica più riceve. Il modello è quello di Comunione e Liberazione che ha orientato gli investimenti verso le prestazioni chirurgiche particolarmente esose e non di primo soccorso. Sarà forse anche per questo motivo che il nuovo assetto della sanità vaticana appare in sintonia con il commissariamento di Memores Domini, l’associazione laicale di Comunione e Liberazione che ha tra i suoi esponenti proprio l’ex governatore Formigoni e che vive con riluttanza l’impostazione più spirituale e meno imprenditoriale di don Julian Carron, succeduto al inventore don Luigi Giussani. Ufficialmente commissariata per l’incapacità di stendere uno statuto condiviso e regole certe sull’elezione degli organi di rappresentanza, Memores Domini è il centro di potere più ampio della galassia Cl e la scelta di una guida come monsignor Filippo Santoro, titolare della diocesi di Taranto, appare una indicazione chiara di riconversione del movimento. In linea con quanto previsto dal decreto pontificio emesso a settembre che indica un massimo di 10 anni consecutivi per le cariche delle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche, e «la necessaria rappresentatività dei membri al processo di elezione dell’organo di governo internazionale». In questo senso, potrebbe arrivare un ulteriore decreto sugli ordini religiosi che non ne sminuisca l’autonomia carismatica e spirituale ma che li tenga ben ancorati ai nuovi valori che animano l’economia vaticana. La memoria va a padre Franco Decaminada dei Figli dell’Immacolata Concezione che fu uno dei presunti protagonisti del crac dell’Istituto dermatologico italiano di Roma, accusato di aver sottratto fondi al nosocomio per comprare una villa in Toscana, o ancora alla recente vicenda che ha visto gli Oblati di Maria Vergine mettere alla porta di punto in bianco la cooperativa Auxilium nella gestione del centro per migranti Mondo migliore, fortemente sostenuto dal Papa e dal presidente della Cei, Gualtiero Bassetti e visitato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dal primo ottobre la gestione del centro è affidata alla Croce rossa italiana e agli Oblati che però non hanno garantito i livelli occupazionali precedenti, lasciando a dimora ventitré lavoratori. Bergoglio ha inoltre previsto per le prossime settimane cambiamenti importanti alla guida di alcuni dicasteri vaticani, una sorta di rimpasto di governo necessario alla terza fase della riforma della Curia. Un ulteriore tassello della conflittualità sotterranea con la quale Papa Francesco è costretto a misurarsi.  



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di Massimiliano Coccia
espresso.repubblica.it
2021-11-03 07:53:00 ,

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